Le gravi condizioni cliniche dello scrittore Andrea Camilleri mi hanno fatto ricordare mio nonno.

Quando mio nonno morì, a 92 anni, non fui molto addolorata. Non perché non gli volessi bene, al contrario, lo amavo così tanto che ormai era come se lo avessi assorbito con la pelle, come se la sua essenza fosse così parte di me che quel suo corpo esausto non ci servisse più, né a me, né a lui. Il problema era un altro. Come l’avrebbe presa la nonna? Erano cresciuti insieme e insieme erano rimasti, non perché a quel tempo usava così, ma perché si amavano. Io, bambina, lo vedevo quando lui, per scherzo, le slacciava il grembiule se lei gli passava davanti, o la lasciava vincere a carte perché lui era bravissimo e lei una schiappa, e si arrabbiava moltissimo quando perdeva. Vedevo il nonno, come un baro astuto, sprecare gli assi, “dimenticare” una carta, giocare male per vederla trionfante. “ Ho vinto!” diceva, e lui scuoteva la testa fingendosi dispiaciuto.

Invece la prese con calma. Ogni sera, quando andava a dormire, gli lasciava un po’ di posto nel letto perché lui andava a trovarla. Mica che si fosse indementita o fosse diventata matta, solo che la sera, quando spegneva la luce, il nonno – diceva – andava a trovarla. Non so cosa si raccontassero in quei minuti prima che lei prendesse sonno, forse parlavano delle solite cose, forse lui le chiedeva del gattino che si era lasciato dietro (oltre che un abile baro il nonno era un gran gattaro) forse le faceva una carezza. Chissà. Per il resto la nonna stava bene, mangiava volentieri e continuava a giocare a carte con mia zia, la figlia che la ospitava, e che la lasciava vincere perché, quando perdeva, le sue collere erano brevi ma tempestose.

Una mattina di novembre (erano passati pochi mesi dalla morte di lui) la zia la vide triste. O meglio, ci disse, più che triste, smarrita. “Il nonno non è venuto stanotte”, si lamentò con mia zia, “non so perché il nonno non è venuto”. Morì pochi giorni dopo, in un attimo, con un infarto che non le diede il tempo di soffrire.

E, insomma, mio nonno non era Camilleri. Era però un uomo di grande intelligenza, di grande cuore e (e questa era un’ingiustizia perché si mangiava i libri) di pochi studi.

Quando morì la morte non ci portò via niente.

A volte, quando non sono d’accordo su qualcosa che lui avrebbe detto, io ci discuto ancora. “Senti un po’” gli dico “ faccio come voglio”. Perché non aveva poi mica un carattere mite.

Questo è il mio ricordo di lui: un gatto in braccio, un libro in mano e in testa un basco consumato.

E auguro, a chiunque sia arrivato alla fine di questa vita, una buona morte

Nella foto: Morte e Ascensione di san Francesco. Giotto