POST LUNGO NEL QUALE PROVO A DIRE VARIE COSE CHE BASTEREBBERO PER TRE O QUATTRO PEZZI MA CHE IO VOGLIO DIRE TUTTE INSIEME E CREPI L’AVARIZIA

Sono tornata da una breve vacanza a Maiorca. Un’isola azzurra e verde, con montagne a picco su un mare blu, ancora gelido. E qui ci sta un chissene, lo so, ma abbiate pazienza e aiutatemi a seguire il ragionamento che ho in mente, chiaro ma confuso. (Questo sarebbe un ossimoro, ossia una figura retorica che accosta due termini opposti o contrari. Per esempio la vita è un ossimoro perché mentre vivi stai morendo, la qual cosa cerchiamo di dimenticare con strategie varie, tra le quali fare le vacanze a Maiorca o simili. Bene,chiudo questo spiegone). Allora Maiorca dicevo, dove la gente parla spagnolo perché è un’isola spagnola. E qui provo a mettere un po’ in ordine la mia riflessione. Anche se lo spagnolo si capisce abbastanza bene – se lo parlano lentamente, se gesticolano abbastanza – se voglio capire devo fare attenzione, mettere in fila le parole, dotarle di senso. Mentre ero lì ci sono state le elezioni politiche: ho seguito le proiezioni, lo spoglio delle schede, ho capito abbastanza e alla fine ha avuto la maggioranza il partito socialista, con il suo leader Pedro Sanchez (bellissimo, ma questo non c’entra davvero). Riprendo il filo che ho in mente e che riguarda l’uso e l’attenzione alle parole. A me piace fare le vacanze fuori dall’Italia. So che noi abbiamo bellezze ineguagliabili, so che la Sicilia – che un po’ conosco – non ha niente da invidiare alla Spagna o alla Grecia, ma io voglio sentire parlare un’altra lingua. Proprio perché mi obbliga a ascoltare e a dare senso a parole che non conosco, che non capisco, a infilarle una dopo l’altra come perline preziose per cucire un discorso di senso. A cogliere il diverso carattere di un popolo. Come non solidarizzare col “No molestar”, l’equivalente del nostro più neutro “Non disturbare”?! Come sarebbe simpatico, ogni tanto, dire a qualcuno “No molestar!” Vabbè.

Nel sentire comune è opinione che i fatti contino più delle parole. Non sono sicura: i fatti vengono raccontati dalle parole e le parole prendono sostanza nei fatti.

Di cosa sono fatti un romanzo, una preghiera, una consolazione, una psicoterapia? Cosa facciamo quando siamo tristi e telefoniamo a un amico? Gli parliamo, gli chiediamo di parlarci, di mettere insieme un’unità di discorso che dia un senso a quello che ci sta capitando. Non gli chiediamo di venire a darci la polvere o a prepararci un soufflé di cavolfiore e besciamella. O, mentre preparano il soufflé, ci parlino. Magari per ricordare quanto le parole possano essere potenti proviamo a ripensare alla prima volta che qualcuno ci ha detto “ti amo”. O la prima volta che qualcuno ci ha detto “non ti amo più”. Male, vero? Eh sì: fiori e spade, carezze e coltellate. Allora io mi chiedo: dove sono andate a finire le parole? Le parole dotate di un senso che rappresenti il loro significato? In questi giorni abbiamo letto tutti di terribili fatti di cronaca. Ebbene, la violenza fa parte dell’ombra scura che ci vive dentro: in ognuno di noi c’è un assassino, un mostro, un idolatra, un ladro. Il nostro assassino ha bisogno di essere riconosciuto, il nostro ladro, il nostro perverso, il nostro mostro hanno bisogno che venga dato loro un nome. Sapete cosa succede ai non riconosciuti? Si caricano di rabbia, di bisogno di essere visti, di sberleffare chi li rinnega di AGIRE. E nessuno dica: “Io no”.

Le parole vanno insegnate nel loro valore, le parole sono importanti, le parole sono pietre. “In principio era il Verbo” (dal Vangelo di Giovanni). Le parole hanno gradazioni di pesantezza, di potere. Proviamo a ripassarne alcune insieme.

Si è seccati per un ritardo del treno.

Si è amareggiati per il “bidone” di un amico.

Si è dolenti per un lutto che riguarda qualcuno che conosciamo.

Si è mortificati per uno sgarbo che abbiamo fatto.

Si è rammaricati per non aver passato un esame.

Si è spiacenti per non poter fare un favore a qualcuno.

Si è dispiaciuti per aver seviziato un pensionato.

DISPIACIUTI?

DISPIACIUTI?

SI E’ DISPIACIUTI PER AVER SEVIZIATO UN PENSIONATO?

Trovo che sia un’urgenza assoluta, prioritaria, improcrastinabile che chiunque abbia un cuore e un cervello si prenda il compito di cominciare (o ricominciare) a insegnare l’alfabeto dei sentimenti. O non ne usciremo. Non saranno le carceri o le pistole che porteranno pace e giustizia nella nostra sgangherata società. Saranno gli insegnanti, i poeti, gli artisti, i sognatori. Nessuno si senta escluso: armiamoci di parole, romanzi, di vocabolari, di versi.

Dalla raccolta di poesie  “Tra il garofano e la spada” di Rafael Alberti

Da ieri per oggi

Dopo questo disordine imposto,

questa fretta,

questa urgente grammatica

necessaria in cui vivo,

torni a me tutta vergine la parola

precisa,

vergine il verbo esatto con il giusto

aggettivo.

E quando dico verde al monte, al prato,

ridò il suo azzurro al cielo, come al mare,

il mio cuore si senta appena

inaugurato

e la mia lingua provi l’inedito stupore

del creare.

Grazie a chi ha avuto la pazienza di leggermi fin qui.