Chi mi conosce non vuole più sentirmene più parlare. Ma qui non mi conosce nessuno e così ne approfitto. Dieci anni fa sono andata per tre settimane in una missione a King’ero (Nairobi), con un mio amico, Max, infermiere della Croce Rossa. Ne parlo ancora spesso perché è un’esperienza che mi è rimasta nel cuore. Tre settimane vissute in una casa di suore, vivendo giornalmente quello che succede ad “aiutiamoli a casa loro”.

Tre settimane piene di suore, bambini, confusione, sporcizia e nostalgia. L’Africa, insomma, rimorso e rabbia perenne.

Vabbè, comunque.

Un giorno le suore mi portano a messa, nella chiesa del villaggio. Un divertimento, una funzione molto allegra, molto cantata e anche ( un pochino) ballata. Anche le suore, senza accorgersene, tengono il ritmo tamburellando con le dita sul banco. Un bel clima rilassato, gioioso.

Solo in fondo, appoggiato a una parete, c’era un uomo che sembrava strano. Non ballava e non cantava e sembrava proprio…strano. Mi sono allarmata.

L’ho detto alla suora, (Desideria è il suo nome) che era lì di fianco a me, le ho detto: ma ha visto quell’uomo là in fondo, appoggiato alla parete, dopo l’ultima fila, non le sembra strano?

– Che strano, – mi ha risposto la suora nel suo eccellente italiano, – perché strano? E’ bianco. Vive qua. Lo conosciamo bene, è l’unico bianco di King’ero.

Continuo a girellare attorno all’argomento Africa perché ci sono appena stata e sono appena ritornata. Senegal, dieci giorni, poco anche per fare il turista. Allora, se chiudo gli occhi vedo: migliaia di montoni e di persone in una serena convivenza ( i montoni non avevano ragione a stare tranquilli perché si stava avvicinando la più importante festa del mondo islamico e i festeggiamenti consistono nell’uccidere il montone e di banchettare con loro (loro nel ruolo di cibo)  in famiglia). Poi vedo: una quantità infinita di bambini e di vestiti colorati, bancarelle di frutta, asini caricati all’inverosimile, pacchi, vecchie Toyota malridotte, vecchi palazzi coloniali decadenti, qualche cane giallo, uccellini colorati, ragazzi piuttosto belli, ragazze piuttosto belle, pochi anziani con pochi denti, mercati profumati e mercati puzzolenti, spezie gialle rosse verdi marrone. Donne che cercano di vendere collanine e braccialetti, cinesi che costruiscono infrastrutture. Palazzi con impalcature precarie, statue celebrative, baobab giganteschi, e poi bambini bambini bambini bambini bambini bambini fino alla fine di questa storia e oltre. Belli bellissimi troppi sprecati fortunati disgraziati, chissà.

La faccia dell’Africa ad uso dei turisti.

E L’Africa mi fa arrabbiare. Porca miseria come mi fa arrabbiare. Sempre. I primi giorni sono difficilissimi: mi fa arrabbiare la povertà, la  rassegnazione, il fatalismo che si respira. (Questo vale solo per i paese che si possono visitare da turisti, in alcuni col cavolo che si respira il fatalismo)

–Ehi- vorrei dire – alzatevi. Ribellatevi, costruite, fate qualcosa. Cacciateci. Poi mi calmo, più o meno verso il quarto giorno, e lì comincio a sentirmi in colpa. – Ehi- dice la stessa voce di prima- non ti vergogno grande e grossa e bianca e arrogante come sei? E io, che con le mie voci ci parlo, ci discuto e ci litigo, a giustificarmi, a dire che no, non è colpa mia, non sono stata certa stata io a trafficare in schiavi, a succhiare le risorse dell’Africa, ad aver venduto la mia gente ai commercianti di uomini. IO non ho fatto niente. Ma un certo disagio resta. Fin quando, ad un certo momento, proprio gli ultimi giorni tutto questo si calma e l’Africa si riprende quello che è suo. Due sberle, due carezze e una bella dose di nostalgia. La nostalgia per qualcosa che si è perduto e non tornerà mai più.

In questa foto si vede chiaramente un atteggiamento accondiscendente della donna bianca ( che sono io ) verso la donna nera ( che mi ha venduto un sacco di braccialetti

Provate a invertire le posture, la donna nera con un braccio appoggiato con atteggiamento compiacente sulla spalla della donna bianca. Difficile vero? Quella foto è chiaramente razzista e io sono chiaramente razzista. Ma l’ho scoperto solo guardando quella foto.