La Morte, nostra signora e padrona, fu chiamata al letto di una partoriente nel lontano giugno del 1927. Il riferimento ‘giugno’ – un po’ vago – si deve al fatto che la partoriente non fu mai in grado di ricordare il giorno esatto della nascita della bambina. O il giorno prima – diceva dubbiosa – o il giorno dopo – affermava perplessa – della nascita della somarina. La somarina, animale prediletto della famiglia di modesti contadini, era nata, di lei sì era certa la data, il 21 di giugno, giorno del solstizio d’estate.

Mia madre, perché lei era la neonata in questione, venne al mondo così gracile gialla macilenta e brutta che l’ostetrica, donna pratica e priva di svenevolezze, dopo aver tagliato il cordone ombelicale l’avvolse in un telo e la mise accanto alla madre che era mia nonna dicendo – questa qui non la fasciamo neanche che così l’anima non fa fatica a volar via. – Vabbè – disse mia nonna che di figlie ne aveva già due e altre ne avrebbe avute – Se è la volontà di Dio così sia – e si addormentò.  Bon, disse la Morte che assisteva accaldata alla faccenda ai piedi del letto – perché che fosse il 20 o il 22 di giugno faceva un caldo cane – questo è un lavoretto facile e allungò la mano ossuta verso la  bambina che, appena sentì il gelo sfiorarle il corpicino, cacciò uno strillo acutissimo, sgranò gli occhi  e cominciò a respirare a tutto spiano.

Come non detto, disse la Morte, seccata di aver perso quasi tutta la mattina quando in giro aveva tanto da fare, se avete bisogno richiamatemi che son qui nei dintorni. Perché, nonostante non fosse tempo di influenze e broncopolmoniti, era però periodo di gastroenteriti che falciavano via i più vecchi e i più piccoli, in quell’epoca di pochi farmaci e di medici più becchini che scienziati.

Ma quella storia, di aver aspettato per niente e di aver sbagliato una diagnosi certissima, alla Morte non era andata giù. Passava spesso a trovare la bambina, sempre gracile, macilenta e patitina, ma vivissima, e la osservava trasformarsi in signorina, e poi in donna giovane e graziosa e poi in signora di mezza età. La spiava fuori dagli ospedali dove la sua prediletta andava a farsi controllare un cuore così fragile, così malandato che,  “Cosa vuole signora, non deve fare nessuno sforzo mai, e soprattutto mai nessun dispiacere”. E io, la figlia nata in un giorno preciso poiché alla mia nascita non c’erano somarine a contendermi l’attenzione, nata quindi un 25 novembre di un anno variabile, vivevo in punta di piedi dietro il suo respiro per non darle quei dispiaceri che lo sapevo, la Morte che ci tallonava da vicino da un ambulatorio all’altro, aspettava per cogliere il bottino che le spettava da ormai quarant’anni, senza essersi rassegnata ad aver perso la partita. Anno dopo anno a camminare in fila, io la Morte e mia madre legate a doppio filo, a guardarci alle spalle. Poi, a un certo punto, un aprile piovoso di cinque anni fa, mentre mi ero distratta a guardare la pioggia, la Morte ha vinto. Si è presa mia madre, reduce da un tragico intervento, e l’ha portata con sé. Non so dove. Sono state via insieme due mesi, durante i quali il corpo semimorto di mia madre, giacendo tra lenzuola candide respirava con enormi bombole di ossigeno e veniva nutrito con bocce di acqua e zucchero. Poverina, dicevano i parenti, si rassegni, scuotevano la testa i luminari. Finché un giorno mia madre ha aperto gli occhi, ha chiesto un caffè con un goccio di latte (caldo con due zollette di zucchero ) e mi ha chiesto – dove sono stata? Sei stata morta, le ho risposto e, anche se è una forma grammaticale imperfetta, non trovo miglior modo di dirlo che renda l’idea. Mi sa, mi ha risposto, che voglio anche un biscotto.

Il 22 giugno di quest’anno ( perché il compleanno ufficiale alla fine l’hanno stabilito in quel giorno, non potevano mica segnare “ nata un giorno prima o un giorno dopo della somarina”) mia  madre è rimorta, per qualche giorno. Ma poi è tornata. Adesso è a casa sua che sta dando istruzioni a un falegname per abbassare i piedi del letto secondo un progetto tutto suo. Se qualcuno crede che questo racconto sua frutto di fantasia posso esibire on demand certificati medici che parlano di fase pre agonica, fase terminale ecc.

Adesso la Morte si è piazzata di là, ad abitare con lei. Esce  qualche ora al giorno, va in giro a fare il suo lavoro poi torna a casa. Mi fa pena, così magra, pallida, ossuta e tremolante. Dichiarati perdente, vorrei suggerirle, io lo faccio da sempre. La Morte mi guarda, con le sue povere orbite vuote e scuote il teschio. Tutte e tre sappiamo che un giorno vincerà: lo so io, lo sa lei, lo sa mia madre.

Oppure.