Lo chiamavamo Flamingo bar, ma si chiamava Bar 52, forse perché era al numero civico 52 di via degli Albari, a Bologna, proprio sotto casa mia.

Flamingo era il barista, ma neanche lui si chiamava realmente così: il nome che leggevo sulla posta che si ammucchiava sul pavimento nei giorni di chiusura era Casadei, Giovanni Casadei. Veniva da un paesino romagnolo, il nome era tipico di là. Ma tutti lo avevano sempre chiamato Flamingo.

Alle sette lo trovavo già al lavoro dietro il bancone d’acciaio: a quell’ora  preparava soprattutto cappuccini e caffè per gli impiegati della Cassa di Risparmio. Era la parte routinaria del lavoro. Riempiva i filtri, lavava le tazze, passava lo straccio per togliere i cerchi dei piattini, spolverava i granelli di zucchero con aria distratta, sbirciando la strada dove posteggiava, sempre in divieto, la sua Volvo color amaranto. Ogni due o tre mesi gli facevano una multa per divieto di sosta, era quasi una convenzione per i vigili che passavano ogni mattina di lì, una specie di tassa di sosta personalizzata.

Stia attenta – mi diceva allora- ci sono i vigili stamattina.

Era più amareggiato che arrabbiato, come per uno sgarbo ricevuto da un vicino solitamente gentile. Non gli facevo notare che c’erano tutte le mattine e che la sua macchina, con quel colore luccicante, poteva venire ignorata solo con uno sforzo di buona volontà.

Anch’io mi fermavo a prendere il caffè: se non ero troppo di fretta lasciavo sfollare il gruppetto degli impiegati e mi appollaiavo sull’unico sgabello, in fondo. Sfogliavo il Carlino cercando la pagina locale , leggevo i morti e i nati, facevo il saldo, confrontavo i nomi: due Giulie nate per tre Cesarine morte, qualche Christian, qualche Andrea, nessun Sergio né tra i nati né tra i morti, un nome definitivamente estinto. Parlavamo di questo e d’altro, del caldo insopportabile di quella lunghissima estate, del metro di neve che in una sola notte aveva ricoperto le macchine al parcheggio, della vecchia Borghini che in quattro e quattr’otto aveva piegato i tovaglioli lasciando tutto al canile del Trebbo…

Verso le sette e mezza la porta tintinnava : entrava il professor Zoli portando sotto il braccio il Corriere ed un minuscolo volpino dal cattivo carattere che abbaiava minacciosamente all’espositore di caramelle. Era per me l’ora di andarmene, lasciando al professore il posto sullo sgabello intiepidito . Lui mi faceva un cenno del capo con la condiscendenza di un sultano, occupava il “suo”  posto sullo sgabello e lo teneva con fermezza fino a sera. Quando rientravo lo vedevo ancora lì, bloccato davanti ad un bicchiere di vino, il Corriere sgualcito sul banco, il volpino sonnecchiante steso sul pavimento.

Il barista spargeva la sabbia, chiudeva la macchina del caffè, bisbigliava qualcosa alla moglie, una bruna coi baffi che a quell’ora passava a controllare la cassa. Qualche volta entravo a prendere un latte o una manciata di cioccolatini da mangiucchiare più tardi, davanti alla tivù. Certe sere d’estate si tirava a far tardi, con la serranda mezzo abbassata perché non entrasse più nessuno a chiedere un caffè, una scheda telefonica, un bicchiere di bianco. Il volpino sbavava sulle mie scarpe nuove, il sindaco voleva imporre la circolazione a targhe alterne, l’assassino della contessa Randone non era ancora stato trovato. Si affacciava sull’uscio la tabaccaia: quasi ogni giorno le avevano rubato qualcosa: due biro, un accendino, non si poteva andare avanti così…

Non ci fu nessun indizio che ci avesse messo sull’avviso quando una mattina ci accorgemmo che Flamingo era diventato vecchio: mentre scendevo dallo sgabello lasciando il posto al professore  ( e un ragazzo dai capelli rasta si affacciava alla porta per chiedere dov’era il negozio di Play sport)  notammo  quanto le scapole sporgessero sotto la camicia celeste e come si era fatto piccolo e magro, in un certo senso destrutturato, come se l’ossatura avesse improvvisamente ceduto. Me ne torno a casa mia –disse quel giorno-torno su al mio paese insieme alla mia vecchia. Ho avuto un’offerta per vendere il bar, me ne vado a Settembre. Sono stanco ormai.

Era il primo di Luglio di un’estate caldissima , me la ricordo ancora. Carmen Consoli cantava… narciso…parole di burro, io avevo il vestito bagnato sulla schiena, i vigili passavano ignorando la Volvo, il volpino abbaiava a un pacchetto di Saila.

Dopo, naturalmente, ci furono dei saluti, degli addii, anche dei baci umidi sulle guance. Dopo vennero i lavori, gli imbianchini, i piastrellisti, la coppia dei giovani baristi, carini, simpatici, bionda lei, lui bruno con un serpente tatuato su una spalla.

Qualche volta entro a prendere il caffè. Il professor Zoli sta lì in un angolo davanti a un bicchiere di bianco, il volpino aspetta fuori legato ad un palo. Il bar si chiama Sosta, e non è un brutto nome per un bar.

Anche il caffè non è male.

Ma io Flamingo non l’ho dimenticato.