Signora Mia

Chi si loda s’imbroda

Dice: perché non parli mai del tuo libro?

Perché ho questo imprinting che mi ha lasciato mia nonna, quella pessimista. Diceva la nonna: chi si loda s’imbroda.

Eh, dice, ma non è che ci sia tanto da lodarsi, non hai mica scritto La divina commedia.

Sì, grazie, lo sospettavo (a questo servono gli amici!)

E poi c’è un’altra cosa, della quale non sono ancora pronta a parlare, ma lo farò la prossima volta. O magari quella ancora dopo. Qualcosa che riguarda il sentimento che un autore può avere per un proprio libro DOPO che è venuto al mondo…

Comunque adesso non voglio parlare di questo, non sono ancora pronta. Vi voglio invece parlare del PRIMA. Da dove nasce il mio libro, ve lo voglio  mostrare quando era solo un racconto, appena un groviglio di idee, all’INIZIO del concepimento. E cosa c’è più bello degli inizi?

By |2019-03-23T15:33:05+00:0023/03/2019|Signora Mia|

Dagli amici mi guardi Dio, che dai nemici mi guardo io

Perché davvero poche cose sono più perniciose degli amici che agiscono per il nostro bene.

Allora adesso c’è questo gruppo (ciurma, accozzaglia, gang band sarebbero termini dispregiativi e io, che sono una personcina educata, non li userò) comunque, dicevo, c’è questa squadra che si riunirà a Verona  a fine mese per occuparsi con affettuosa sollecitudine dei fatti nostri, e dico “fatti” nel caso che qualcuno di animo sensibile stia leggendo questo pezzo o, più semplicemente, nel caso che qualcuno lo stia leggendo tout court.

Allora a Verona i giorni 29-30-31 marzo si terrà il

WORLD CONGRESS OF FAMILIES XIII

Voilà! Che sarà mai il world congress fam bla bla bla? mi sono chiesta e, da coscienziosa cittadina anche se un po’ ignorante – sono andata a leggere il programma.

Beh, non ci si può quasi credere: un nutrito gruppo di anime belle si riuniranno, perdendo il loro tempo prezioso e i loro (?) soldi per occuparsi della mia moralità. Ah, che dolcezza, mi sono detta, che senso di calore amoroso, che sollievo sentirmi così ben assistita nei miei incerti passi sulla via della salvezza.

Perché, durante questo congresso, un gruppo di personaggi misti che vanno dal leader del Family Day signor Massimo Gandolfini, alla presenza del ministro dell’istruzione signor Marco Bussetti, al ministro per la famiglia signor Attilio Fontana, passando per un tizio russo che non ho capito chi sia ma che comunque, se mi entra in casa, mi chiudo nel bagno e chiamo il 113, e con la partecipazione di un ex calciatore tal Legrottaglie dagli occhi blu e fulminato anni orsono sulla via di Damasco, e vari ed eventuali con un passaggio anche del nostro ministro dell’interno (pare), sono tutti lì per ricordarci, a noi popolo immorale e bue e ALLE DONNE in particolare, note e risapute sciammanate che se le molli un momento si lasciano andare a fare le peggio cose, di comportarci bene.  NON FARE LE COSACCE,  perché Gesù ti guarda, come  mi dicevano le suore dell’asilo, certo con intenzioni affettuose e inconsapevoli che poi avrei dovuto fare trent’anni di psichiatria per guarire.

Cosa vogliono mai questi amici: simpaticamente che le donne stiano in casa a badare la prole, che i maschietti non se la facciano tra di loro, né tantomeno le femminucce, non parliamo poi dell’aborto e che – ultimo ma non ultimo – venga riconosciuto il sacrosanto

Diritto umano all’omofobia, ecchec.

(per onestà questo è sostenuto dalla dott.ssa De Mari che purtroppo, come succede talvolta ai migliori, da tempo immemorabile sì è bevuta il cervello).

Bene bene. Come dicevo, sono certa delle loro intenzioni amichevoli. Di fare il nostro bene perchè le donne in particolare, si sà, non ce la fanno proprio da sole, poverine, a prendere le loro decisioni e bisogna badarle come delle tenere e affettuose bambine.

Perchè,come  diceva un vecchio bolognese di quelli da bar sport ( e ve lo scrivo in dialetto e prendetela con beneficio)

“Cal don i an mezzetto ad zervel in manc”.

E quindi aspettiamo con fiducia che i nostril amici prendano le decisioni giuste per noi e intanto non dimentichiamo che

Dagli amici mi guardi Dio che dai nemici mi guardo io.

  1. Comunque, se per caso avete un mattarello a portata di mano, tenetelo lì sott’occhio. Non si sa mai!

Piccolo suggerimento letterario:

“Per il tuo bene” piccoli crimini in nome dell’affetto. Di Gianna Schelotto

By |2019-03-16T11:13:34+00:0016/03/2019|Signora Mia|

Old & co. alla riscossa

Gira tra i medici la seguente storiella.

Un signore novantenne andò a farsi visitare dal suo medico, lamentando un certo fastidio al ginocchio sinistro.

  • Al mattino soprattutto, appena mi tiro giù dal letto, il ginocchio sinistro si inchioda lì e mi prende tutto un dolore…cosa potrebbe essere?
  • Eh, rispose il medico con simpatia, sarà anche un po’ l’età…
  • Ma non è vero dottore, rispose fiero il novantenne, l’altro ginocchio ha la stessa età e non mi fa male per niente!

Adesso non so esattamente perché ho raccontato questa storiella (vera? inventata? Direi più la seconda), ma credo perché, da un po’ di tempo, mi è presa curiosità per quell’epoca della vita in cui tutto sembra andare in sottrazione. E invece no. Nella mente, insieme ai neuroni che se ne vanno salutando – bye bye – altri si intruppano in una specie di buffa associazione a delinquere: creano personaggi, costruiscono amori e organizzano ribellioni contro il tiranno (di solito questo ruolo è interpretato dai figli).

Allora c’era questa vecchietta, Secondina, (perché in Romagna con i nomi non la toccano piano) novantenne e passa, che tutte le sere rifiutava di mangiare insieme ai suoi familiari e si chiudeva in camera sua a chiave, minacciandoli di passare alle maniere forti se si avvicinavano e provavano a parlarle. Il figlio,preoccupato dalla evidente demenza della madre, mi chiese di andare a visitarla: temeva che potesse fare qualche gesto inconsulto, sporgersi dalla finestra, dare fuoco alla stanza. Perché Secondina, oltre a chiudersi in camera, accendeva una candela e parlava a bassa voce, tenendo una conversazione fitta fitta con…nessuno.

Almeno potessimo portarle via le candele, mi disse il figlio angustiato, ma quella è più furba di una volpe e se le nasconde sotto il vestito e non posso mica frugare sotto il vestito di mia madre.

Andai a visitarla, sperando di avere un’aria abbastanza credibile come medico, nonostante i miei pochi (allora) anni.

Mi accolse con buona creanza, serrata nel suo grembiule grigio a fiorellini rosa e con una retina in testa. Le dissi chi ero e che ero lì per controllare che fosse in buona salute e se casomai potevo fare qualcosa per lei.

Mi guardò con una specie di ilare sufficienza, poi mi disse – in dialetto che non so riportare – che, se fosse stata male, avrebbe chiamato un dottore quello vero e se io non avevo da fare i miei lavorini a casa mia, la me purena (poverina mia).

Feci la faccia più severa che riuscii: Perché mai la sera non voleva mangiare con i suoi familiari?

Perché, mi sussurrò dopo aver fatto uscire il figlio dalla stanza, tutte le sere viene a trovarmi un ragazzo bellissimo – nero, specificò – e non voleva che quella strega di sua nuora diventasse gelosa.

Quella strega me lo vuole rubare, disse, lo vuole lei invece che quel brot ber ignurent (il figlio suo e marito della nuora).

Si arrampicava su per la grondaia, mi spiegò, entrava dalla finestra e lì, seduto sul letto, le raccontava delle storie bellissime e le faceva compagnia.

E la candela?

La candela per vederci, no? E adesso signorina bella, concluse sempre in nel suo dialetto colorito, se volevo andare a casa mia e non importava che mi disturbassi a tornare…

Acconsentii alla richiesta del figlio di darle qualcosa perché smettesse di delirare. Le proposi delle goccine spacciandole per un ricostituente e Secondina, incredibile! le accettò.

Dopo un paio di settimane passai di nuovo a visitarla. Era quasi irriconoscibile: mite, triste, chiusa in un mutismo malinconico dal quale non uscì se non per dirmi, con un filo di voce: Non viene più.

Il figlio era sollevato, la nuora finalmente tranquilla, Secondina consegnata alla sua demenza, senza più il piccolo delirio a farle compagnia. Il ragazzo nero bellissimo imprigionato per sempre nel mondo parallelo dove vivono i nostri sogni e i nostri desideri.

Mi sono pentita tante volte della mia giovane presunzione.

E da allora, quando mi capita di incontrare un vecchio, mi chiedo sempre quale storia stia vivendo dietro le rughe, i capelli bianchi,  la dentiera, e il ginocchio che si inchioda e…

No dottore, non è l’età,l’altro ginocchio ha la stessa età e non mi fa male per niente!

Tempo fa avevo detto che mi sarebbe piaciuto raccontare la difficoltà del vivere attraverso i libri degli scrittori che amo. Sto studiando eh! Per ora piccolo consiglio di lettura sull’argomento “vecchiaia & co.”  di Hendrik Groen “Piccoli esperimenti di felicità”.

Alla prossima!

By |2019-03-06T14:48:22+00:0006/03/2019|Signora Mia|

Com’è bella

Ho scritto questo pezzetto qualche tempo fa,quando veramente sono venuti ad abitare nel mio condominio alcuni studenti. Mi aveva irritato tutto il brontolare degli anziani condomini, arroccati  nel loro diritto di non sentire rumori: camminare, cantare, spostare sedie ecc… Allora, poiché la vita  è rumorosa, mi ero sentita solidale con Gli Studenti (categoria solitamente vilipesa nei palazzi bolognesi) e avevo scritto questo pezzettino un po’ acido. Poi mi ero pentita e lo avevo tenuto lì, in una cartella denominata “sciocchezze”dove raccolgo tutte le sciocchezze – appunto – che mi passano per la testa. Poi l’avevo ripescato perché, nel frattempo, mi era venuta un’idea sul mistero della vecchiaia e sulle meravigliose cose che accadono dentro il cervello  dei vecchi. Ricordi di racconti che mi avevano fatto vecchi pazienti che andavo a visitare,le loro storie e le loro fantasie.

Così mi scuso di averli chiamati Dentiere. Ma certi giorni, quando gridavano per le scale agli studenti: “adesso basta o chiamiamo i carabinieri!”sentivo il loro tac tac tac battere il ritmo della loro indignazione.

Va bene, leggetelo con indulgenza e, se riuscite, con un po’ di benevolenza.

COM’È BELLA GIOVINEZZA

Nel mio palazzo sono venuti a vivere Gli Studenti. Cantano a squarciagola e si inseguono per le scale come cavalli, per puro eccesso di energia.

Nel mio palazzo vivono Le Dentiere che si sono indignate, non tanto per il rumore – sono quasi tutte sorde – quanto per quella sfacciata esibizione di salute.

Sono andate di porta in porta e hanno raccolto le firme da portare all’Amministratore Condominiale, un losco figuro di colore giallo che angaria i signori condomini con stralunati resoconti millesimali.

L’A.C. ha indetto una assemblea d’urgenza per redarguire Gli Studenti. Gli Studenti non sono andati all’assemblea; Le Dentiere ci sono andate, ma non hanno comunque sentito – causa sordità – il discorso appassionato dell’A.C. Io ci sono andata perché avevo la  tivù rotta e nessun libro nuovo da leggere.

Al ritorno dalla riunione la signora B., mia esimia dirimpettaia, mi ha bloccata davanti all’ascensore per farmi un maligno occhiolino di complicità; il signor D., inquilino del quarto piano, mi ha mostrato minaccioso il suo bastone, specificando di essere pronto a usarlo contro quei villanzoni.

Ho trovato squisita la parola “villanzoni” della quale se ne era persa traccia fin dagli anni quaranta.

L’A. C. ha messo un cartello all’ingresso in cui intima ai Signori Condomini di cantare nelle fasce orarie consentite, non prima delle ore 10 e non dopo le ore 22.

Le Dentiere hanno sghignazzato e si sono considerate vendicate; Gli Studenti cantano come prima perché tanto non li sente nessuno e corrono come cavalli perché la giovinezza canta e galoppa.

Qualche volta certi giorni canto anch’io, nelle fasce orarie autorizzate.

By |2019-02-28T10:29:52+00:0028/02/2019|Signora Mia|

Io mi chiamavo Berto

Io mi chiamavo Berto.

Berto, Bertino, Bertone, secondo i giorni. Alla mia umana piaceva scherzare.

A volte, Merdino, quando ero così piccolo che ero fatto solo di orecchie enormi e una coda lunghissima.

Una coda buona da succhiare la sera, quando mi serviva farmi un po’di coraggio.

Io mi chiamavo Berto, trovato in un bosco, salvato da un cane. Io non ricordo quel giorno, me l’hanno raccontato. Un giorno speciale: il cane di nome Rocky mi ha trovato in un mucchietto di foglie, insieme ai miei fratelli. Mi ha raccolto piano piano col suo muso e mi ha portato dai suoi amici umani. Io non ricordo niente, avevo gli occhi chiusi e solo una coda a strisce per farmi compagnia. Ma mi è rimasto nel cuore il caldo di quel muso, la punta delicata dei suoi denti che non volevano ferire, l’odore del suo pelo. L’odore di un amico. L’odore di un eroe.

Io mi chiamavo Berto e mi prendevo cura degli altri. Di una vecchia gatta nera che viveva con me, di un gatto grigio fifone chiamato Don Abbondio e questa cosa non l’ho mai capita, e mi prendevo anche cura di lei, l’umana, che certe giorni era triste o stanca o allegra e allora cambiava il mio nome secondo il suo umore.

Ma il mio vero nome non l’ho mai raccontato, forse l’avrei rivelato o forse no. Ma non ho avuto il tempo. Me ne sono andato in una notte di aprile, quando in terrazzo spuntavano i primi tulipani. Adesso dormo sotto una pianta di rose e da lì controllo che tutti stiano bene. Adesso che sono lontano ve lo dirò il mio nome: io sono Quello Che Assiste, io sono il dottor Berto e mi prenderò cura di voi.

By |2019-02-20T09:51:06+00:0020/02/2019|Signora Mia|

Passaggio d’amore

Sabato sera sarò a Lugo alla cena di beneficenza per la festa del gatto. La mia presenza ha il senso di “restituire” un lieto fine a una storia che un lieto fine l’aveva avuto. E poi perso.
In questo libro si racconta una storia vera: la storia di un cane che trova in un bosco cinque gattini e ( SPOILER) li salva portandoli a casa. Una storia così bella che – quando me l’hanno raccontata – ho dovuta scriverla. E uno di quei gattini – Berto – è venuto a vivere con me. Ma, e qui il lieto fine è cambiato bruscamente, Berto si è ammalato e poi è morto e io ho smesso di raccontare questa storia. Poi… Berto mi ha dettato una lettera. Non nella realtà, in quella realtà che ci cammina accanto e non si vede e non si sente, ma non per questo è meno vera. E ho capito che l’unico modo di continuare a far vivere qualcuno che amiamo (persone, animali) è passare la loro vita e il nostro amore a qualcuno che resta. E per quello sabato sera sarò là, alla cena di beneficenza dell’ENPA, per dare a un altro animale le cure e l’affetto che Berto ha avuto in questo breve tempo con me.

By |2019-02-14T09:42:13+00:0014/02/2019|Signora Mia|

Miss italia a mia insaputa

Allora la premessa, la prima, è che io non sopporto gennaio. Lo soffro proprio, con i suoi cieli bianchi, i vetri ghiacciati, gli alberi (non che se ne vedano molti qui in centro città, ma comunque…) con quei rami magrissimi e nudi protesi verso il nulla e insomma, ero qui, un pomeriggio di un giorno da cani (cit.) a cercare di scrivere di un argomento molto serio e che mi sta molto a cuore e gennaio mi pesava sul cuore. Di sottofondo una conduttrice molto nota, molto esuberante, lievemente fuori? parlava con un entusiasmo che io nemmeno se suonasse Ryan Gosling a chiedermi in prestito una tazza di zucchero, e sì, lo so, sto divagando – e insomma, l’allegra conduttrice chiacchierava e una voce femminile rispondeva.

E qui faccio la seconda premessa. Io ho una totale simpatia per le donne. Ho delle amiche molto care e non sono mai stata tradita da loro. Per esempio nessuna, neanche in gioventù, ha mai cercato di portarmi via i morosi. Per onestà bisogna anche dire che i miei morosi erano quasi tutti oltre ogni tentazione.

Questa seconda premessa è necessaria perché adesso dirò delle cose acidissime su un certo tipo di donne che fanno la fortuna di quelli che ci trattano da stupide oche.

E QUESTO MI FA IMBUFALIRE A BESTIA

Il tipo di donna (che adesso sto guardando perché ho smesso di provare a scrivere il mio articolo)  che dice “ Oh sì, ho partecipato a miss Italia, ma non volevo veramente perché non è il tipo di esperienza che mi interessa e, in ogni caso, odio essere al centro dell’attenzione”.

Bon. Parliamone. Perché non mi risulta, ma magari mi sbaglio, che le ragazze vengano rapite da bruti con occhiali neri che infilano loro un sacco in testa e le trascinano contro la loro volontà fin in quel di Salsomaggiore per partecipare al concorso di bellezza. Cioè, non mi risulta. O almeno, a me non è successo che una mattina, andando a fare la spesa, un tizio con gli occhiali scuri e il bavero rialzato mi abbia detto: “Signorina, mani in alto, molli lì le arance e i peperoni e mi segua immantinente perché deve partecipare a miss Italia. Oddio, io frequento il Conad sotto casa mia che non è esattamente un incrocio di talent scout e magari sono stata semplicemente sfortunata.

Adesso non starei qui a fare tante sottigliezze, anche se mi sembra di sentire delle maliziose vocine su:

– Non hai l’età giusta, quanti anni credi di avere?

Venticin…Trentas…Quarant…Oddio, quanto siete pignoli!

– Le tue misure sono 90 60 90?

Beh, boh. Vabbè, allora, diciamo: la somma è quella. 240. Però distribuita in modo un po’ più creativo. No, non 40 70 130. Ma siete cattivi eh!

– La mamma è la tua migliore amica e il tuo più grande desiderio è la pace nel mondo?

Sì.

– Bugiarda!

Okay. La mamma non è la mai migliore amica e, in quanto alla pace del mondo sì, chi non la vorrebbe, ma al momento mi sembra un traguardo un po’ lontano.

Capite cosa intendo? Il tipo che “ Sì, mi è capitato che mentre bevevo un bicchier d’acqua purissima a una fontanella dei giardini pubblici pensando alle rondini in volo un produttore mi abbia fermato e lì, su due piedi, mi abbia fatto firmare un contratto per fare un film, due serie tivù e ventisette ospitate a Pomeriggio tivì ma…

…tatatata…

“ quello che veramente volevo era fare la maestra d’asilo per pulire i culetti ai bambini dai sei mesi ai quattro anni.

Alloraaaaa!!!

Ragazze, ma diciamola la verità: siamo ambiziose, un po’ narcise, ci piace apparire e, anche se ci sembra cool fingere di essere delle buone ragazze, siamo ribelli, con gli artigli pronti e un sacco di desideri nel cuore.

Sennò arriverà un qualunque Pillon che ci chiuderà in casa a fare l’uncinetto, la torta paradiso con la mamma e a sognare la pace nel mondo. E invece glielo dobbiamo fare sapere

SIAMO CATTIVISSIME!!!

E VOGLIAMO TUTTO!!!

By |2019-01-28T14:30:37+00:0028/01/2019|Signora Mia|

Interruzioni, di Camilla Ghedini, Giraldi editore

Questa non è una recensione!

Allora, ho letto questo libro.

Camilla Ghedini, giornalista e scrittrice, mi ha chiesto se avevo voglia di farle domande a una presentazione e io ho detto di sì, naturalmente, con molto piacere. E, potete immaginare, ho iniziato a leggere questo libro con un pregiudizio positivo: pensavo fosse un bel libro, presumevo fosse un buon libro.

C’è un passo in “I pascoli del cielo” di Steinbeck che racconta questo piccolo fatto. Cito a memoria perché l’ho letto mille anni fa. Siamo in America, dove nella meravigliosa valle vivono alcune famiglie, in lotta con la fatica e la miseria e i sogni sul futuro. In una di quelle famiglie nasce una bambina. Tutti  vanno a visitare la puerpera, pronti a congratularsi con lei e complimentarsi per la bellezza della bambina. Ma quando la vedono, quando vedono che la bambina è veramente bellissima, ammutoliscono.

Bene, così è capitato a me con questo libro. Pensavo fosse buono. E invece è un capolavoro.

Adesso siete autorizzati a accusarmi di piaggeria, ci sta, ma in verità, in verità vi dico che io sto alla piaggeria come alla probabilità di vincere la prossima edizione di Masterchef. (Potete chiedere alla mia amica Birmana, citata in un altro post. Chiedetele di quei certi spaghetti al tonno). Scusate la divagazione. Io divago sempre quando sono in imbarazzo perché, in realtà, sono un po’ in imbarazzo a dire che – dopo Pastorale americana – che è la mia bibbia, questo è il libro che più mi ha fatto sentire vista da un altro.

C’è nel racconto II una giornalista che intervista una mamma assassina. Vedete come stanno male insieme quelle due parole “mamma” e “assassina”. Ma succede, perché succede che stiano insieme. E la giornalista, poveretta, (perché infine anche lei è incolpevole di zampettare su questa ruota da criceto che è la vita) cerca di trovare il tono giusto, la strada, il genere di empatia, (ecchecavolo però)  per benedire, comprendere, assolvere l’assassina. Che non vuole assoluzioni di nessun tipo, che racconta la sua storia con una sorta di purezza che, porca miseria, sì, fa di questo racconto un capolavoro. ( Poi chiederò a  Camilla Ghedini in quale tipo di mosca si era trasformata quando ha assistito a una scena simile tra me, nel ruolo di psichiatra, e una paziente, nel ruolo di assassina…).

E c’è nel racconto IV Giulia, una bambina che forse c’è e forse non c’è, ma in verità c’è così tanto che in questo momento è venuta a trovarmi e sta di là in sala a disegnare con i colori che le ho prestato. E in questo momento sta giocando con il mio gatto perché Giulia, che c’è, da ieri è anche un po’ una mia piccola amica e quindi la posso invitare a giocare a casa mia, se a Camilla non dispiace e…

Con l’introduzione della dottoressa Concetta Stornante di questo libro, in modo approfondito e serio, ne parleremo Sabato 26 Gennaio alle 18 presso Generativa, via Alessandrini 11, Bologna. Link evento Facebook

E se non potete esserci leggete assolutamente Interruzioni, e I pascoli del cielo, e La pastorale americana. Perché i libri possono salvarci la vita, lo sapete, vero?

By |2019-01-22T11:17:45+00:0022/01/2019|Signora Mia|

Cane mangiami se quest’anno non…

Mia nonna era un’inguaribile pessimista. Una delle sue frasi preferite era: “Sarebbe meglio che i cani mi mangiassero”. La diceva così, senza apparente motivo, rifacendo i letti o mescolando il ragù, sempre rigorosamente bianco. Perché lei, di massima sana come un pesce, soffriva però di una complessa patologia chiamata “i miei disturbi”. Tali disturbi si compendiavano in un unicum detto cistitegastritecolite. Da qui il ragù bianco che, essendo lei una persona giusta, preparava solo per sé, lasciando me e il nonno in balia del nostro ragù rosso, con tutti i rischi di morte fulminante che questo poteva comportare. Perché tanto noi non soffrivamo di cistite gastrite colite e, che ci fosse una venatura di biasimo in questa constatazione, io l’ho sospettato solo da grande: all’epoca pareva una constatazione neutrale. (La leggenda di famiglia racconta che colite sia stata la mia prima parola. L’hai detta proprio bene, diceva la nonna, hai detto proprio totite. Io non ci credo completamente ma si capisce che, se per gli altri bambini la prima parola è mamma e la tua è colite, poi il tuo destino è abbastanza segnato, no?) Comunque. Un’altra frase abituale era: “Cane mangiami se…” La frase precedeva una facile profezia di sventura, quelle che si avverano in automatico mentre le pronunci, e delle quali di solito io ero la protagonista.

Cane mangiami se adesso non cadi, diceva, mentre io mi arrampicavo scalza e con le mani sull’albero di albicocco che era davanti a casa. Fatto!

Cane mangiami se non ti tiri addosso quel pentolino di latte…Fatto!

Cane mangiami se…Fatto!

Perché il suo pessimismo e le sue profezie di sventura non la inducevano tuttavia all’intervento o all’azione: avendo forse la sensazione che nulla avrebbe potuto contro l’inevitabile deriva del mondo se se stava lì, a braccia conserte, osservandomi mentre mi ricoprivo di tagli e di croste.

Cane mangiami se…

Adesso che ci penso non so perché i cani godessero di così cattiva stampa a casa nostra. Forse per un vecchio misfatto riportato da una generazione all’altra e che riguardava un gatto, anzi una gatta (mio nonno era un gattofilo sfegatato, anche se a quei tempi la parola non usava e usava invece “sempre ‘sti gatti tra i piedi, sciò” di mia nonna che aveva con loro un rapporto sobrio e che, seppure molesti e miagoloni, erano ai suoi occhi meno fastidiosi dei cani). Insomma si narrava che il cagnone grande e grosso di un vicino, un mix tra un orso bruno e un lupo siberiano tanto era enorme nella leggenda, avesse aggredito e ucciso la gattina prediletta del mio bisnonno, padre di mio nonno e anche lui un gattaro. Una gattina così carina, ricordava mio nonno che all’epoca aveva pochi anni e che si commuoveva ancora al pensiero. La gattina si chiamava Fortunata e, bisogna dirlo, mai nome fu meno azzeccato e quindi con i nomi bisogna stare attenti.

E questa storia perché? Direte.

Perché quando questa mattina mi sono messa al pc  per elencare – come usa ogni inizio d’anno – i buoni propositi per l’anno nuovo mi è venuta in mente la frase “Cane mangiami se…” quest’anno non farò

  1. andare in palestra almeno due volte alla settimana
  2. controllare la posta TUTTI i giorni e non una volta ogni tre mesi scoprendo avvisi di raccomandate ormai ammuffiti
  3. andare dall’estetista almeno una volta ogni quaranta giorni per mantenere un aspetto civile
  4. e…e poi niente: lo spirito della nonna si è impossessato di me, si è impadronita delle mie dita e ha voluto che scrivessi questo pezzo che parla di lei. Che, ve lo voglio dire, ha vissuto una lunghissima e buona vita, sempre mangiando il suo ragù rigorosamente bianco.

E, salutata la nonna, adesso ditemi di voi. Cane mangiami se… quest’anno non farete cosa?

Tanto lo sappiamo che non faremo quasi niente di quello che ci siamo proposti! Ma è così rassicurante fare la lista dei buoni propositi! E, sì, per oggi andrò a controllare la posta!

By |2019-01-10T14:12:22+00:0010/01/2019|Signora Mia|

Post Confuso

Allora vi dirò la verità: volevo scrivere un pezzetto carino, spiritoso e intelligente sulla Befana. Volevo provocare la reazione: ah, ma che pezzo carino, spiritoso e intelligente. Perché io, come dice mia figlia, spesso cado nell’autocompiacimento. (Se avete una figlia – femmina – potete risparmiarvi anni di analisi alla ricerca dei vostri difetti. Ve li elencherà lei, con magnifica lucidità e a titolo gratuito). Ma non mi viene in mente niente. Quindi non scriverò niente che non sia già stato scritto e riscritto: l’epifania tutte le feste le porta via. E chissà perché tutti sembrano così sollevati. Forse perché tornare alla propria routine è così rassicurante. Io, per esempio, sono tornata da una breve e bella vacanza. Libano: archeologia millenaria, templi romani, documenti fenici, persone lontane che non ci (ero con amici) hanno aperto il loro cuore. Eravamo lì, portavano qualche soldo, ma eravamo quasi un inciampo nella loro quotidianità. Perche no, poi? Una terra stretta nella morsa della Siria e di Israele, da non tanti anni uscita da una guerra civile devastante. Perché dovrebbero accogliere a cuore aperto dei turisti? Non siamo mica a Rimini, ai tempi in cui Rimini era Rimini e non una squallida colonia dei ricchi russi.

Insomma, la prima cosa appena tornata, ho scritto la lista delle cose da fare:

Olio

det lavatrice

pane

latte

stoch pelo ( secondo voi cosa poteva essere?)

E così mi sono ritrovata nei miei panni, a casa, nella mia realtà e tanti saluti al Natale con a sua insolente richiesta, ( dov’è la famigliola felice? Ah ah ah ) e al Capodanno, che se non urli e strepiti sei uno sfigato perché, cantava Caparezza “sono fuori dal tunnel del divertimento” ma quasi nessuno di noi lo è. E mi sono ricordata che, prima di partire, volevo rispondere a un commento di Any e di Alessandra ma non ci sono riuscita perché il mio blog non me lo ha permesso, non mi ha riconosciuta, mi ha considerata persona non affidabile. Naturalmente mi scuso con loro e mi rimetto alla loro comprensione. Se il TUO blog, sangue del tuo sangue, penna della tua penna, non si fida di te, capirete come l’autocompiacimento subisca un duro colpo e tutta la tua realtà diventi un po’ confusa. Per questo ho intitolato questo pezzo “Post confuso”. E adesso vado a comprare l’olio, il pane, il latte, il detersivo lavatrice e lo stoch pelo, qualunque cosa sia.

In ogni caso Buona befana! E buon 2019 e io credo che ce la caveremo.

By |2019-01-06T12:01:57+00:0006/01/2019|Signora Mia|