Horror vacui, horror pleni

Horror vacui, horror pleni

Qualche settimana fa ho letto su fb il post di Alessandra Di Sante, che potete leggere alla fine.

Parla di come la sua casa si sia riempita man mano di cose, oggetti, fatture, scaffali e… È molto divertente, ma ha me ha fatto venire un po’ di angoscia e adesso, se vi va, vi racconto il perché. Avevo, molti anni, fa un amico (ma no, vi dirò la verità) era un amore, quindi avevo questo amore mio affetto da un gravissimo disturbo: l’horror vacui. Non poteva sopportare di vedere il più piccolo spazio vuoto in casa: le pareti erano piene di quadri, quadretti, manifesti, proclami, diplomi di laurea, cornicine, mensoline e minuscole acquasantiere. Ogni superficie libera dei mobili era coperta di tovaglie e tovagliette, piatti e piattini, caraffe e ciotoline, i centrini all’uncinetto pendevano orgogliosi da qualunque cosa da cui potessero pendere e, un brutto giorno, mi accorsi che anche i termosifoni erano stati dotati, come copertura, di sciarpette ricamate a punto croce.

Questo mio amore era affetto, oltre che da un grave horror vacui, anche da una certa permalosità perciò, quando feci una battuta (innocente) chiedendogli se avesse intenzione di mettere qualche quadro anche sul pavimento e, nel caso, come avrebbe fatto a inchiodarlo, sentii un lieve ma deciso scricchiolio nel suo sentimento per me. Ma, mentre credevo di aver fatto una (seppur poco apprezzata) battuta, la realtà rapidamente superò ogni mia più catastrofica previsione: un giorno, con costernazione, vidi che sulle pareti esterne della villetta di campagna in cui abitava – e che io condividevo con lui per qualche giorno alla settimana – aveva fissato enormi pannelli di legno raffiguranti copie di quadri famosi. Aveva trattato i pannelli con una speciale vernice protettiva, disse, ma quando un brutto giorno di pioggia, I pioppi (riproduzione di Monet) si ripiegarono su sé stessi e colarono giù lungo le pareti, e io risi, sentii che il lieve scricchiolio del suo sentimento per me si era fatto rombo di tuono. Schiodò i pannelli ad uno a uno: I pioppi, Il bacio di Klimt, e un’opera di un artista locale Le beccacce, senza mai rivolgermi uno sguardo. Due giorni dopo aveva riverniciato le pareti di un bel colore arancione e incaricato un ragazzo del posto di dipingerle con un tromp-l’oeil raffigurante una scena di caccia alla volpe.

Arrivò il ragazzo incaricato di dipingere la scena di caccia e io feci la mia valigina rossa e mi chiusi la porta alle spalle. Rubai, solo per ricordo, un oggettino di ceramica raffigurante una pastorella.

Io adesso soffro della patologia opposta: l’horror pleni. Le mie pareti sono bianche, cerco di liberarmi di ogni oggetto superfluo e compro solo quanto mi è strettamente necessario. E la vista anche di un solo centrino può provocarmi gravi attacchi di panico.

E, ah no, non sono mai stata perdonata!

 

 

 

Succede uno strano fenomeno

 All’ inizio avevamo un tavolone, un mobile basso, la cucina, l’armadio due librerie, un cassettone. I libri si accumulavano in doppia fila sulla libreria, il tavolone era libero, i documenti, le bollette pagate, le bollette dimenticate, stavano in una scrivania dell’Ikea nel cosiddetto studiolo insieme al PC e alla stampante.

Poi Arrivarono in eredità due cassettoni, un tavolino ovale, una consolle, cambiammo le librerie che diventarono tre, alte fino al soffitto. I libri si accumularono nelle librerie in tre file i documenti vennero infilati in tre capaci scatoloni opportunamente deposti all’ interno di una delle librerie, ma cominciarono a depositarsi anche nel cosiddetto cassetto segreto di uno dei cassettoni. Il tavolo ovale che doveva fungere da scrivania si riempì in fretta di libri, fogli scritti, quadernetti di appunti. Lo sgabello accanto al divano dello studio si coprì in un attimo di libri in lettura, quadernetti di poesiole, di appunti di viaggio, sicché la lampada divenne un’ ospite sempre in procinto di andarsene.

La consolle sostituì la scrivania Ikea nello ” studiolo” e cominciò ad ospitare il PC e tutto quello armamentario per l’adsl. Il tavolo da pranzo cominciò ad essere occupato da alcuni libri. Accanto al divano del soggiorno apparve un contenitore per giornali, magazine, libri marginali. Poi si aggiunse un carrello ripescato dalla cantina, rapidamente si riempì di bollette pagate e anche da pagare, ricette scadute e ricette ancora valide che però nessuno ricordava dove fossero. Il tavolone cominciò ad avere come ospite fisso il PC, poi si aggiunsero libri, libri comparvero sul cassettone della camera da letto, poi andarono a sistemarsi in pile dall’ equilibrio incerto sul cassettone dello studio, e sulla consolle, i documenti cominciarono a riempire portacarte e una specie di vaso greco troneggiante sul cassettone che ci sembrava inutile e si rivelò invece utilissimo.

Ora siamo quasi sommersi da fogli e foglietti con appunti, scritti vari, ricevute, comunicazioni bancarie ancora sigillate nella loro busta. I libri imperversano ormai padroni, si spostano da soli: la sera sono sul tavolo e al mattino se ne sono andati, si cercano volumi per ore, qualcuno si è rifugiato in cantina e bisogna andare a stanarlo fin lì.

 Di Alessandra Di Sante

By |2019-07-14T15:39:11+00:0014/07/2019|Signora Mia|

L’intruso

Succede che, in un pomeriggio che avremmo dedicato, che so, a rimettere a posto l’armadio, una vicina ( simpatica) ci inviti da lei ad assaggiare una torta nuova appena inventata. Le risposte possono essere due: accettiamo l’invito lasciando i vestiti invernali ed estivi a condividere pacificamente lo spazio o rifiutiamo e continuiamo a riordinare. La scelta dipende da tante cose: quanto l’armadio è in disordine, quanto lo sopportiamo, il disordine, quanto invece abbiamo voglia di una pausa, quanto siamo curiose del termine nuova. Ossia, si potrebbe dire che siamo disposti a deviare dalla nostra routine quanto siamo incuriositi da quello che ci succede, dall’imprevisto.

L’imprevisto è uno strano accidente che capita e ci ben dispone o mal dispone ad accoglierlo.

Adesso può succedere, a chi scrive, che all’improvviso un personaggio non voluto, non pensato e non programmato, si inserisca nella trama e si imponga. Un “personaggio in cerca d’autore”, che pretende che gli si faccia spazio in una storia che non lo prevedeva, che non lo riteneva necessario per il proseguimento del racconto, che perfino contrasta con l’atmosfera generale della trama. Cosa fare del personaggio molesto, dell’intruso?

E perché si verifica questo misterioso fenomeno? Io credo che sia perché, dentro la nostra memoria, si sono fissati migliaia di incontri fatti, migliaia di persone incontrate e depositate lì, in attesa di vedere la luce. Immagino storie e storie che stanno tutte accatastate come cianfrusaglie nello scatolone della nostra memoria. Scrivere, ma anche semplicemente pensare, ogni tanto tira fuori dal buio uno di questi incontri: una bambina in spiaggia con una scarpa sola, un uomo sull’autobus che grida contro i suoi nemici immaginari, un ragazzo bellissimo con i capelli lunghi che ci ha sfiorato un attimo alla cassa del bar.

Il mio intruso è arrivato qualche giorno fa.

Sto scrivendo, in questo periodo, una storia che non lo riguarda. Una storia difficile in cui lui non è previsto, non c’entra, non lo voglio, mi disturba. Ma lui sta lì, sulle righe delle pagine, un vecchio ubriacone che sostiene di chiamarsi Christian, – ma tu puoi chiamarmi Cris – mi ha detto prendendosi subito confidenza.

-Senti un po’ Christian – gli ho detto stamattina, – fammi un piacere – gli ho detto –  fila via che non mi servi a niente. Mi dai fastidio. Smamma, sciò. Ma sapete come succede con questi vecchi imbroglioni: ha fatto amicizia (se così si può dire) con il protagonista del mio libro. E adesso sono inseparabili, filano l’amore perfetto e non so come liberarmi di lui. Mi sa che sarò costretta a tenermelo, Cris.

E beve come una spugna, cosa che non posso proprio sopportare e adesso, in questo preciso momento, sta offrendo da bere anche a lui, il mio prediletto, il protagonista.

E, insomma, mi sa che questa storia andrà a finire proprio male.

Tutto sommato, se suona al campanello la vostra vicina per offrirvi una fetta della sua torta nuova, fate una cosa, lasciatela fuori e continuate a riordinare l’armadio.

Consiglio di lettura: Sei personaggi in cerca d’autore, di Pirandello.

By |2019-06-27T09:58:57+00:0027/06/2019|Signora Mia|

Sorella Morte

Le gravi condizioni cliniche dello scrittore Andrea Camilleri mi hanno fatto ricordare mio nonno.

Quando mio nonno morì, a 92 anni, non fui molto addolorata. Non perché non gli volessi bene, al contrario, lo amavo così tanto che ormai era come se lo avessi assorbito con la pelle, come se la sua essenza fosse così parte di me che quel suo corpo esausto non ci servisse più, né a me, né a lui. Il problema era un altro. Come l’avrebbe presa la nonna? Erano cresciuti insieme e insieme erano rimasti, non perché a quel tempo usava così, ma perché si amavano. Io, bambina, lo vedevo quando lui, per scherzo, le slacciava il grembiule se lei gli passava davanti, o la lasciava vincere a carte perché lui era bravissimo e lei una schiappa, e si arrabbiava moltissimo quando perdeva. Vedevo il nonno, come un baro astuto, sprecare gli assi, “dimenticare” una carta, giocare male per vederla trionfante. “ Ho vinto!” diceva, e lui scuoteva la testa fingendosi dispiaciuto.

Invece la prese con calma. Ogni sera, quando andava a dormire, gli lasciava un po’ di posto nel letto perché lui andava a trovarla. Mica che si fosse indementita o fosse diventata matta, solo che la sera, quando spegneva la luce, il nonno – diceva – andava a trovarla. Non so cosa si raccontassero in quei minuti prima che lei prendesse sonno, forse parlavano delle solite cose, forse lui le chiedeva del gattino che si era lasciato dietro (oltre che un abile baro il nonno era un gran gattaro) forse le faceva una carezza. Chissà. Per il resto la nonna stava bene, mangiava volentieri e continuava a giocare a carte con mia zia, la figlia che la ospitava, e che la lasciava vincere perché, quando perdeva, le sue collere erano brevi ma tempestose.

Una mattina di novembre (erano passati pochi mesi dalla morte di lui) la zia la vide triste. O meglio, ci disse, più che triste, smarrita. “Il nonno non è venuto stanotte”, si lamentò con mia zia, “non so perché il nonno non è venuto”. Morì pochi giorni dopo, in un attimo, con un infarto che non le diede il tempo di soffrire.

E, insomma, mio nonno non era Camilleri. Era però un uomo di grande intelligenza, di grande cuore e (e questa era un’ingiustizia perché si mangiava i libri) di pochi studi.

Quando morì la morte non ci portò via niente.

A volte, quando non sono d’accordo su qualcosa che lui avrebbe detto, io ci discuto ancora. “Senti un po’” gli dico “ faccio come voglio”. Perché non aveva poi mica un carattere mite.

Questo è il mio ricordo di lui: un gatto in braccio, un libro in mano e in testa un basco consumato.

E auguro, a chiunque sia arrivato alla fine di questa vita, una buona morte

Nella foto: Morte e Ascensione di san Francesco. Giotto

By |2019-06-19T09:15:49+00:0019/06/2019|Signora Mia|

Sei magliette di infelicità

Io non so niente rispetto alla vicenda che ha coinvolto il cantante Marco Carta. Non so – e nel contesto del ragionamento che provo a fare poco mi interessa – se le abbia comprate o rubate. Quello che è certo è che di quelle magliette non ne aveva bisogno. E sono altrettanto certa che, nell’armadio, abbia magliette sufficienti per i prossimi tre – quattro anni. Come me. Come voi. Come tutti quelli che abitano sopra la cintura dell’equatore. E sono anche certa che in quel momento, quando ha rubato ( o non rubato ) o comunque quelle magliette gli siano arrivate, lui fosse infelice. O, almeno, insoddisfatto. O inquieto. O fosse mosso da qualsiasi altra sensazione che gli ha fatto credere di aver bisogno di riempirsi di qualcosa. Perché questa è l’operazione che ci siamo abituati a fare: tradurre un’emozione in un bisogno, ma di una categoria diversa.

La tristezza vorrebbe carezze, non torte al cioccolato; la paura vorrebbe incoraggiamento, non dieci gocce di ansiolitico; il malumore vorrebbe una passeggiata, non una borsa nuova.  Se ascoltiamo con attenzione le nostre emozioni, e se ci ascoltiamo con amore scopriremo che non abbiamo bisogno di accumulare cose, ma di essere visti, ascoltati. E cominceremo un primo ma grande passo verso la libertà. Una piccola, personale e fondamentale rivoluzione!

Come disse (forse) Socrate, girando per il mercato: “ Di quante cose non ho bisogno”.

E poi, chissà cosa voleva davvero Marco Carta, quel giorno, quando ha riempito il suo bisogno con sei magliette della Rinascente.

Riporto qui un pezzo del discorso di Josè Mujica, ex presidente dell’Uruguay che, durante il suo mandato presidenziale, ha vissuto con il 10% dello stipendio che gli spettava, donando il resto a persone bisognose e organizzazioni non governative.

“Non mi stancherò mai di spiegare che per essere liberi bisogna avere tempo: tempo da spendere nelle cose che ci piacciono, poiché la libertà è il tempo della vita che se ne va e che spendiamo nelle cose che ci motivano. (…) Ora, se non poni un limite alle tue necessità, questo tempo diventa infinito. Detto più chiaramente: se non ti abitui a vivere con poco, con il giusto, dovrai vivere cercando di avere molte cose e vivrai solo in funzione di questo. Ma la vita se ne sarà andata via”.

Pepe Mujica

By |2019-06-07T10:46:38+00:0007/06/2019|Signora Mia|

La formula della felicità

Un mio vecchio professore di psichiatria, dei tempi in cui mi stavo specializzando a Bologna, ci aveva insegnato quella che era la formula della felicità. La felicità, diceva, è essere egoisti. L’egoismo è spesso considerato negativamente, ma in realtà l’egoismo significa fare ciò che ci piace. Semplicemente. Con l’unico codicillo: quello che ci piace NON deve essere fatto danneggiando gli altri.

Ci ho pensato molto alla frase del mio vecchio prof., uomo saggio e giusto come ne ho trovato pochi nell’ambiente universitario; ci ho pensato perché – un paio di settimane fa – ha cominciato a frullarmi in testa un’idea. Un’idea terribilmente egoistica: prendermi un mese intero tutto per me.

Ora fate la prova: andate dai vostri parenti, amici, familiari, vicini di casa e dite: per un mese non sarò disponibile. Naturalmente per permettervi questa libertà dovrete aver predisposto tutto, organizzato la mamma, i gatti, l’annaffiatura del terrazzo, il ritiro delle raccomandate, dato un orario serale nel quale sarete raggiungibile ma, durante il giorno non guarderete il telefono. Non aprirete allo squillo del campanello di casa. Non guarderete face book. NON guarderete la televisione. Provate a dire ai vostri cari che avete questo progetto. Le risposte saranno:

Mi eri accorta che eri un po’ esaurita. Non puoi farti un po’ di punture?( zia Tommy, la mia adorata zia preferita)

Davvero???!!!Ma fai bene!!! ( amica cara e un po’ pedante; sottotesto: non sei mica tutta a posto con la testa)

Perché non fai un viaggio, invece? ( varie)

Dovevi farlo prima, ormai… ( mamma. Vabbè, quando incontrate un- una psichiatra sapete già tutto di sua madre)

Davvero? Bravissima. Ma se poi c’è un incendio o si rompe un tubo? Se…(amica ansiosa in attesa di catastrofi)

Fai bene! (figlia, e qui metteteci un cuore)

Perché, se c’è una cosa che ci fa una paura tremenda, è l’idea di prendersi un po’ di libertà. Senza che la routine quotidiana ci rassicuri con la sua sistematica suddivisione del tempo, dei micro impegni che si aggrappano ai macri, facendoci sentire indaffarati, pieni. Ebbene, ho deciso di andare ad ascoltare il mio vuoto. Mi accompagna una frase che mi frulla in mente e che è l’inizio di un romanzo che voglio/ debbo scrivere. Mi sono data un mese ( week end esclusi perché mamma gatti terrazzo figlia non si sono mica smaterializzati) per vedere se, da quella frase di cinque righe, può venirne fuori un libro. Per ora conosco solo tre dei personaggi che voglio raccontare, non so cosa faranno, come evolveranno, SE evolveranno. Poi, se volete, vi terrò informati. Non sarebbe interessante, per chi amai libri e la lettura, seguire l’evolversi di questa grvidanza?

Lo spero. E allora, a presto.

Dice, cosa c’entra adesso il gatto? Il gatto è un filosofo: fa quello che fa piacere a lui senza che questo significhi far dispiacere agli altri.

Se volete leggere questo piccolissimo estratto de “ L’elogio del barista” dove si parla di gatti e strategie di libertà, eccolo.

(…) Un’altra strategia è portare casa un gatto. Non un cane ma un gatto: è più utile per tutte quelle persone che hanno difficoltà a tenere una giusta distanza nelle relazioni.

Tutti quelli che hanno un gatto sanno che non è vero che sia falso o indifferente, tutt’altro: il gatto è un animale molto affettuoso e capace di mettersi in rapporto con voi, ma non riconosce due categorie che noi umani teniamo in gran conto: l’obbedire e il comandare. Il gatto non vi obbedisce non perché sia egoista, ma perché non ne vede il motivo.

Provate a dire a un gatto:” seduto” o “cuccia”, vi guarderà con i suoi magici occhi verdi e voi vi sentirete inguaribilmente stupidi.

Il gatto, per contro, non vi comanda neanche; non pretenderà che vi alziate all’alba per portarlo a fare una passeggiata, non vi guarderà con aria pietosa mentre voi fate uno spuntino. Se gli interessa quello che state mangiando si servirà da solo, risparmiandovi occhi languidi e sensi di colpa. Quello che erroneamente viene chiamato “rubare” è in verità un gesto di indipendenza nel procurarsi il cibo.

Il gatto si siederà accanto a voi mentre scrivete o leggete o lavate l’insalata, ma sparirà magicamente se pretendete di afferrarlo con la forza. Il gatto può smaterializzarsi fin quando non avete capito che non lo dovete catturare, e ricomparirà al vostro fianco appena vi siete convinti di lasciarlo in pace.

Il gatto è la rappresentazione pura della libertà e dell’affetto senza tessera di scambio: un gatto non lo si compera ma lo si conquista. E solo e quando lo avrete conquistato capirete che, in realtà, è lui che ha conquistato voi e che tutte le cose dette sopra sono false perché il gatto adora comandare e vi comanderà e voi obbedirete con gioia!

 

By |2019-05-20T10:07:30+00:0020/05/2019|Signora Mia|

LE PAROLE PER DIRLO (titolo copiato)

POST LUNGO NEL QUALE PROVO A DIRE VARIE COSE CHE BASTEREBBERO PER TRE O QUATTRO PEZZI MA CHE IO VOGLIO DIRE TUTTE INSIEME E CREPI L’AVARIZIA

Sono tornata da una breve vacanza a Maiorca. Un’isola azzurra e verde, con montagne a picco su un mare blu, ancora gelido. E qui ci sta un chissene, lo so, ma abbiate pazienza e aiutatemi a seguire il ragionamento che ho in mente, chiaro ma confuso. (Questo sarebbe un ossimoro, ossia una figura retorica che accosta due termini opposti o contrari. Per esempio la vita è un ossimoro perché mentre vivi stai morendo, la qual cosa cerchiamo di dimenticare con strategie varie, tra le quali fare le vacanze a Maiorca o simili. Bene,chiudo questo spiegone). Allora Maiorca dicevo, dove la gente parla spagnolo perché è un’isola spagnola. E qui provo a mettere un po’ in ordine la mia riflessione. Anche se lo spagnolo si capisce abbastanza bene – se lo parlano lentamente, se gesticolano abbastanza – se voglio capire devo fare attenzione, mettere in fila le parole, dotarle di senso. Mentre ero lì ci sono state le elezioni politiche: ho seguito le proiezioni, lo spoglio delle schede, ho capito abbastanza e alla fine ha avuto la maggioranza il partito socialista, con il suo leader Pedro Sanchez (bellissimo, ma questo non c’entra davvero). Riprendo il filo che ho in mente e che riguarda l’uso e l’attenzione alle parole. A me piace fare le vacanze fuori dall’Italia. So che noi abbiamo bellezze ineguagliabili, so che la Sicilia – che un po’ conosco – non ha niente da invidiare alla Spagna o alla Grecia, ma io voglio sentire parlare un’altra lingua. Proprio perché mi obbliga a ascoltare e a dare senso a parole che non conosco, che non capisco, a infilarle una dopo l’altra come perline preziose per cucire un discorso di senso. A cogliere il diverso carattere di un popolo. Come non solidarizzare col “No molestar”, l’equivalente del nostro più neutro “Non disturbare”?! Come sarebbe simpatico, ogni tanto, dire a qualcuno “No molestar!” Vabbè.

Nel sentire comune è opinione che i fatti contino più delle parole. Non sono sicura: i fatti vengono raccontati dalle parole e le parole prendono sostanza nei fatti.

Di cosa sono fatti un romanzo, una preghiera, una consolazione, una psicoterapia? Cosa facciamo quando siamo tristi e telefoniamo a un amico? Gli parliamo, gli chiediamo di parlarci, di mettere insieme un’unità di discorso che dia un senso a quello che ci sta capitando. Non gli chiediamo di venire a darci la polvere o a prepararci un soufflé di cavolfiore e besciamella. O, mentre preparano il soufflé, ci parlino. Magari per ricordare quanto le parole possano essere potenti proviamo a ripensare alla prima volta che qualcuno ci ha detto “ti amo”. O la prima volta che qualcuno ci ha detto “non ti amo più”. Male, vero? Eh sì: fiori e spade, carezze e coltellate. Allora io mi chiedo: dove sono andate a finire le parole? Le parole dotate di un senso che rappresenti il loro significato? In questi giorni abbiamo letto tutti di terribili fatti di cronaca. Ebbene, la violenza fa parte dell’ombra scura che ci vive dentro: in ognuno di noi c’è un assassino, un mostro, un idolatra, un ladro. Il nostro assassino ha bisogno di essere riconosciuto, il nostro ladro, il nostro perverso, il nostro mostro hanno bisogno che venga dato loro un nome. Sapete cosa succede ai non riconosciuti? Si caricano di rabbia, di bisogno di essere visti, di sberleffare chi li rinnega di AGIRE. E nessuno dica: “Io no”.

Le parole vanno insegnate nel loro valore, le parole sono importanti, le parole sono pietre. “In principio era il Verbo” (dal Vangelo di Giovanni). Le parole hanno gradazioni di pesantezza, di potere. Proviamo a ripassarne alcune insieme.

Si è seccati per un ritardo del treno.

Si è amareggiati per il “bidone” di un amico.

Si è dolenti per un lutto che riguarda qualcuno che conosciamo.

Si è mortificati per uno sgarbo che abbiamo fatto.

Si è rammaricati per non aver passato un esame.

Si è spiacenti per non poter fare un favore a qualcuno.

Si è dispiaciuti per aver seviziato un pensionato.

DISPIACIUTI?

DISPIACIUTI?

SI E’ DISPIACIUTI PER AVER SEVIZIATO UN PENSIONATO?

Trovo che sia un’urgenza assoluta, prioritaria, improcrastinabile che chiunque abbia un cuore e un cervello si prenda il compito di cominciare (o ricominciare) a insegnare l’alfabeto dei sentimenti. O non ne usciremo. Non saranno le carceri o le pistole che porteranno pace e giustizia nella nostra sgangherata società. Saranno gli insegnanti, i poeti, gli artisti, i sognatori. Nessuno si senta escluso: armiamoci di parole, romanzi, di vocabolari, di versi.

Dalla raccolta di poesie  “Tra il garofano e la spada” di Rafael Alberti

Da ieri per oggi

Dopo questo disordine imposto,

questa fretta,

questa urgente grammatica

necessaria in cui vivo,

torni a me tutta vergine la parola

precisa,

vergine il verbo esatto con il giusto

aggettivo.

E quando dico verde al monte, al prato,

ridò il suo azzurro al cielo, come al mare,

il mio cuore si senta appena

inaugurato

e la mia lingua provi l’inedito stupore

del creare.

Grazie a chi ha avuto la pazienza di leggermi fin qui.

By |2019-05-07T12:55:51+00:0007/05/2019|Signora Mia|

Le colpe dei padri ricadono sui figli?

E sì, insomma, ieri mi sono ritrovare nella pausa pranzo a battibeccare con uno sconosciuto su facebook. Che sarà l’età che avanza, o sarà questo grigio piovoso (anche se lo so che è buona cosa che piova e la campagna eccetera a me comunque mette di cattivo umore, o piuttosto di umore piccato, tipo quando quasi speri che qualcuno sia un po’ scortese, lo diceva anche Lucio Battisti* e insomma sto divagando come sempre) comunque, quale che sia la causa, questo signore sconosciuto prende Alessandra Mussolini come oggetto della sua invettiva dopo che l’attore Jim Carrey aveva fatto su di lei questo commento che, con il nonno che si ritrovava, non doveva fare politica.

Non entro in merito a quello che fa o dice Alessandra Mussolini perché non trovo che sia questo il punto, ma sia piuttosto proprio il concetto di ereditarietà della colpa, e così ho risposto quello che penso e cioè che CIASCUNO DI NOI È RESPONSABILE DI SÉ STESSO. Per me è una pietra miliare: ho passato molto del mio tempo lavorativo a cercare di aiutare le persone a liberarsi dalle loro corazze familiari, ho passato moltissimo del mio tempo a cercare di liberare me delle mie. Naturalmente il signore in questione mi ha risposto dicendo che capiva, che il mio era un tipo di ragionamento “medio” ( e non sembrava un complimento) e io, dopo aver arruffato le penne come un gallo cedrone – e intanto veniva giù un’acqua che te la raccomando e il mio barista di fiducia attuale, che amo come un fratello ma ha proprio un’incompetenza a fare il caffè, mi serviva un’orrenda brodaglia scura, e insomma, una di quelle giornate che potrebbero risolversi solo con l’arrivo di Patrick Dempsey – ho riflettuto sul concetto di “tipo medio”. E così ho scoperto un’altra convinzione che mi conduce nel mio lavoro e nella mia vita: che ciascuno di noi è un tipo unico, prezioso, irripetibile e NESSUNO DI NOI È UN MEDIO.

Con tutti gli oneri e gli onori che questo comporta: la responsabilità di essere liberi, l’enorme fatica di essere liberi. Chiunque e comunque sia o sia stato nostro padre, nostro nonno e tutti i nostri antenati, nei secoli dei secoli, amen.

P.S. Io adoro Jim Carrey, ma quando è mxxxa è mxxxa.

* Oggi non un consiglio libro ma una suggestione in musica: “Emozioni” di Lucio Battisti

By |2019-04-06T15:21:22+00:0006/04/2019|Signora Mia|

Recensione e intervista da Cultura al Femminile

Intervista a Caterina Ferraresi,

autrice de

L’elogio del barista.

Riflessioni semiserie di una psicoterapeuta

sull’inutilità della psicoanalisi

recensione di Cristina Casillo

link alla pagina originale

elogio barista psicoanalisi

Ho avuto il piacere di conoscere Caterina Ferraresi,  psicoterapeuta di Bologna che ha pubblicato, con Marco Mazzoli, la raccolta di racconti Il lupo sotto il mantello; con Danilo di Diodoro, Lo gnomo della bibliotecaNaso di cane, grazie ad un articolo pubblicato nella pagina spettacoli del “Il Resto del Carlino” di Bologna.

“La psicoanalisi? La fa il barista”. Questo era il titolo.

L’articolo di Camilla Ghedini comincia così:

“LA DIFFERENZA tra uno psicoanalista e un barista è molto semplice.

Il primo non può dare consigli, anche se vorrebbe. Il secondo dà anche quelli non richiesti e lo fa con una schiettezza e leggerezza da fare invidia a una professionista dell’inconscio”.

La mia curiosità per lo studio della psicoanalisi è sempre stata grande come lo stupore nel constatare che chi, come il barista citato dalla Ferraresi, facendo un lavoro a contatto con il pubblico riesca ad offrire un supporto sicuramente meno appropriato – per mancanza di conoscenza della scienza – ma simile a quello dello psicoterapeuta.

Vendendo bevande dolci e calde come il caffè, al costo di poco più di un euro, offre sorrisi, confidenza e conforto: un effetto placebo che solo l’antidepressivo può eguagliare.

Oggi ho il piacere di intervistare Caterina Ferraresi per il salotto di Cultura al Femminile in merito al suo libro L’elogio del barista.  Riflessioni semiserie di una psicoterapeuta  sull’inutilità della psicoanalisi, edito da Corbaccio nel 2017.

Benvenuta Caterina. Come è nata l’idea di scrivere un libro che fa ironia sulla tua professione di psicoterapeuta?

Grazie dell’ospitalità, Cristina.

Trovo che l’ironia sia una buona chiave per dire cose serie senza appesantirle: è un po’ come quando, da bambini si giocava al “facciamo che io ero …”
In realtà, volevo parlare del mio lavoro in modo serio, ma non serioso, uno dei tanti rischi che corriamo noi “psi”.

Volevo anche raccontare chi è un terapeuta (o più semplicemente chi sono io), le sue fragilità, le sue idiosincrasie, i suoi lati buffi.

Un altro titolo che mi piaceva è “Il terapeuta dal buco della serratura”: volevo consegnarmi con fiducia ai miei pazienti, dire io sono questa, sappiate in che mani vi affidate!

È vero che con la realizzazione di questo libro ti sei inimicata analisti e psicologi?

Qualcuno, non tanti quanto avrei voluto!

In realtà,  io non me la prendo con gli psicoterapeuti, ma ne segnalo i possibili rischi: se può far bene, allora può far male.
Uno dei possibili effetti collaterali dell’aspirina è la morte istantanea (verificare nel bugiardino), uno dei possibili effetti collaterali della psicologia è lo psicologismo, cioè la deresponsabilizzazione.

È una deriva culturale della quale, anche in questi giorni, la cronaca ce ne offre un vasto menù: non so cosa ho fatto, né cosa mi è successo, cosa mi è preso…come se noi fossimo agitati da dentro da qualcosa che non conosciamo.

I traumi? La mamma? Un’infanzia infelice? (un soldino per chi non ha avuto un qualche trauma nell’infanzia).

No no no , questo io non lo avvallo e lo trovo pericolosissimo.

Leggendo il tuo libro una delle tante cose che mi ha colpito è stata quando hai paragonato la sofferenza psichica, sentimentale ed emotiva ad un pallone a due valvole. Da una di queste valvole si può soffiare l’aria dentro ed ingrossare il pallone, dall’altra si può fare uscire l’aria fino a sgonfiare il pallone.
E’ necessario scavare nel passato per risolvere un problema psicologico? Si può andare oltre la propria storia familiare? Il tuo libro invita ad essere noi i diretti responsabili ed artefici per la risoluzione dei problemi?

Sì, è necessario conoscere la propria storia, o saremo destinati a ripeterla. Non necessariamente attraverso un percorso analitico, ci sono tante altre forme di narrazione.

Per me i libri prima di tutto. Devo tanto allo scrittore Yehoshua se ho fatto pace con i sensi di colpa nel rapporto con un figlio.

Ma anche a tanti altri: ho una lista di scrittori che mi hanno “salvato la vita”.
Il rischio della psicoterapia è di rimanerne intrappolati: un bravo terapeuta mi deve aiutare a raccontarmi la mia biografia, sentirne le emozioni, prenderne le distanze e poi lasciare andare la mia storia.

Un bravo terapeuta deve, ad un certo punto, darmi un calcio nel sedere e dirmi “vai”.

Questo è soffiar fuori l’aria.
Ritengo che uno dei più grossi drammi che affligge il nostro vivere quotidiano, sia la mancanza di empatia.

Leggendo il tuo libro, ho scoperto che per motivi di lavoro viaggi spesso in treno.

Alcuni mesi fa mi sono trovata in una situazione che mi ha portato a riflettere a lungo. Il treno sul quale viaggiavo, portava un ritardo di oltre due ore.

Una persona, si era suicidata buttandosi sulle rotaie. Una ragazza seduta vicino a me era piuttosto
seccata, sottolineava il fatto che per suicidarsi non fosse necessario rovinare il fine settimana agli altri facendoli arrivare a casa tre ore dopo il previsto a causa del disagio provocato.

La mia risposta non si è fatta attendere: “Perdonami, ma pensi forse che chi ha intenzione di commettere un gesto simile abbia interesse per il nostro week-end?”.
Silenzio, solo silenzio. Nessuno ha voluto commentare la mia osservazione.
Cosa ne pensi al riguardo? Sei d’accordo con me che a causa della mancanza di empatia tra amici o addirittura familiari, si senta la necessità di ricorrere sempre più spesso alla psicoanalisi?

Sì, siamo abituati a considerarci monadi, invece siamo una comunità.

Il suicidio di una persona mi riguarda, anche se non la conosco. Perché io sono io, più’ tutti quelli che mi sono attorno.

Ho assistito molte volte a scene come quella che mi racconti: è molto triste e anche molto faticoso non poter darci il tempo di pensare, di soffrire. Questo dover essere sempre performanti.

Comincio a pensare che il tempo perso sia quello di maggior valore, il più creativo, il più ricco.

Il buon barista per incrementare i guadagni sviluppa la capacità di essere empatico, molto più velocemente rispetto ad un semplice impiegato e senza rendersene conto.

Anche per questo motivo hai dedicato il libro a lui?

Ho dedicato il libro a lui perché io sono grata della gratuità di certi gesti minimi.

Un sorriso, un caffè servito con gentilezza (purtroppo “l’elogio della gentilezza” l’hanno già scritto!), una bugia leggera su come ti sta bene una certa maglia…

La vita è anche una somma di piccole ferite, e io mi sento sempre un po’ consolata di ogni minima medicazione.

Il mio barista attuale lo è: fa i panini più’ scadenti del mondo ma chiacchiera con me, mi chiede dei miei gatti, commenta e sa star zitto quando leggo il giornale.

Ci vado nella mia pausa pranzo: è la mia mini – terapia settimanale. E vale tutti i panini mollicci
che mi mangio.

Ringrazio Caterina Ferraresi per avermi rilasciato questa intervista ma in particolar modo per aver scritto il libro.

La lettura è sempre piacevole, scorrevole e divertente e apre le porte ad una visione della psicoanalisi che in molti non conoscono.

By |2019-04-04T10:20:14+00:0004/04/2019|Signora Mia|

Caro amico ti leggo

Caro amico ti leggo.

Oggi, 29 marzo, inizia a Verona il Congresso mondiale delle famiglie. In discussioni temi che riguardano la libertà della persona, la libertà di amare (ognuno come gli va, cantava Lucio Dalla) e  di fatto, e molto in sintesi, i diritti delle donne. Il parterre dei personaggi che lo animano consentirebbe facili ironie e le facce sono fin troppo suggestive dell’acume del buon vecchio e politicamente scorretto Lombroso. La tentazione di corredare questo articoletto con una foto dell’espressione di una Maria Giovanna Maglie, ex giornalista e ex un mucchio di cose, (quella che vorrebbe prendere sotto con la macchina Greta Thunberg per capirci) attualmente saggista, opinionista e fervida sostenitrice del congresso o di un Brian Brown (ex quacchero convertito padre di nove figli) è forte, ma il momento è cupo e ci sono tempi in cui l’ironia, grande meccanismo di difesa ma anche dichiarazione di superba superiorità, va lasciata da parte. Io oggi vorrei indicare con il cuore, come esempio di modernità, umanità e speranza per il futuro, un uomo modernissimo, anche se nato e morto nell’ottocento, Victor Hugo (1802- 1885).

V.H. fu esiliato dalla Francia per quasi vent’anni a causa dei suoi discorsi appassionati contro la miseria, l’ingiustizia sociale, la condizione subalterna della donna, la pena di morte, il lavoro minorile. Fu esiliato anche per aver perorato con passione la difesa del suffragio universale, della libertà di stampa e di una scuola laica e gratuita senza insegnamento religioso.

Ne “I miserabili” capolavoro politico, umano, letterario, c’è già scritto tutto il programma che la sinistra potrebbe adottare, cambiando qualche virgola qua e là e facendolo suo. Coraggio amici di sinistra: c’è qualcuno di voi che sa leggere? Perché c’è già tutto, ma proprio tutto e, credo, i diritti d’autore sono ormai scaduti.

P.S. Perdono perdono perdono, lo so: sono una cialtrona! Ma non ho resistito. Foto di maria giovanna maglie

By |2019-03-29T16:14:54+00:0029/03/2019|Signora Mia|

Chi si loda s’imbroda

Dice: perché non parli mai del tuo libro?

Perché ho questo imprinting che mi ha lasciato mia nonna, quella pessimista. Diceva la nonna: chi si loda s’imbroda.

Eh, dice, ma non è che ci sia tanto da lodarsi, non hai mica scritto La divina commedia.

Sì, grazie, lo sospettavo (a questo servono gli amici!)

E poi c’è un’altra cosa, della quale non sono ancora pronta a parlare, ma lo farò la prossima volta. O magari quella ancora dopo. Qualcosa che riguarda il sentimento che un autore può avere per un proprio libro DOPO che è venuto al mondo…

Comunque adesso non voglio parlare di questo, non sono ancora pronta. Vi voglio invece parlare del PRIMA. Da dove nasce il mio libro, ve lo voglio  mostrare quando era solo un racconto, appena un groviglio di idee, all’INIZIO del concepimento. E cosa c’è più bello degli inizi?

By |2019-03-23T15:33:05+00:0023/03/2019|Signora Mia|