Racconti Sottosopra

Il lupo sotto il mantello

IL LUPO SOTTO IL MANTELLO

Quando la signora Carolina arrivò al Reparto di Psichiatria, pochi denti marci tra labbra scorticate dal fumo e un puzzo antico di sonni da valium mal dormiti, si era d’estate e io non avevo trent’anni. Del suo amore smarrito: “Lui, lui se ne è andato, da tanti anni è andato lontano, io lo voglio trovare, lo voglio trovare, me lo faccia trovare…” presi la sua tristezza e la mia noia e, come ognuno che si creda Dio, m’inventai una storia.

Perché, finché ci saranno parole per parlare, diremo a Spoon River, con Dorgas Giustine:

“È assai lodato l’atto del ragazzo spartano che si nascose il lupo sotto il mantello lasciandosi divorare, senza lamentarsi. È più coraggioso io penso strapparsi il lupo dal corpo e lottare con lui all’aperto magari per strada tra polvere e ululi di dolore. La lingua è magari un membro indisciplinato ma il silenzio avvelena l’anima”.

Così io regalai la sua storia alla signora Carolina, e le diedi anche serenaseventigoccepertre  perché, ad essere sinceri, un po’ pazza lo era davvero.

Dalla raccolta di racconti “IL  LUPO SOTTO IL MANTELLO” vincitore 2° edizione premio letterario Mario Tobino.

By |2019-10-05T14:13:22+00:0003/10/2019|Racconti Sottosopra|

Il fiore e l’albero

Il complesso di edipo spiegato a un bambino

– C’era una volta un fiore che voleva essere…

– Perché “c’era una volta?” Adesso non c’è più?

– Certo che c’è, è solo il modo in cui iniziano le favole

– E questa è una favola?

– Si, è una favola

– E perché parla di un fiore? Mi avevi detto che mi raccontavi la storia di un albero.

– Questa è la storia di un fiore e di un albero. Dammi il tempo!

– Va bene. Allora cosa faceva il fiore?

– Il fiore voleva essere un albero.

– Perché voleva essere un albero?

– Il fiore guardava l’albero sotto il quale era nato. Lo guardava da laggiù, dove viveva lui e lo   vedeva altissimo, con i grandi rami che si protendevano verso il cielo.

– Perché “pretendevano” il cielo?

– Protendevano. Vuol dire che i suoi rami si allungavano fino quasi a toccare il cielo. Tra i rami gli uccellini facevano il nido e cantavano tutte le mattine, appena sorgeva il sole. Il fiore invece, da laggiù, stava sempre all’ombra perché il sole non riusciva a farsi largo tra il fitto delle foglie, e il canto degli uccellini arrivava appena appena, come un pigolio dei pulcini.

– La mamma dei pulcini dov’era?

– La mamma dei pulcini è in un’altra favola

– Mi racconti quell’altra favola, quella della mamma dei pulcini?

– Dopo te la racconto. Ma ascolta questa, del fiore che stava laggiù, un po’ arrabbiato perché era così piccolo mentre l’albero era grande e bellissimo e pieno di forza. Il fiore invece era una cosina da niente, cinque petali di colore lilla, con due foglioline verde scuro e un gambo corto come il mignolino di un bambino.

– Come il mio?

– Proprio come il tuo

– E aveva paura il fiore di essere così piccolo?

– Aveva molta paura è di questo incolpava il grande albero, lo incolpava di portargli via il sole. “Se non fosse per te il sarei alto e bellissimo, avrei cinquecento petali e duecento foglie e gli uccellini farebbero il nido tra le mie foglie”, diceva. Se non fosse per te io sarei il più bello degli alberi. Il fiore si lamentava così, ma la sua voce era tanto sottile che non arrivava neanche alla cima dell’albero, e non arrivava neanche ai rami più bassi ma faceva un giretto lì in basso, dove viveva lui e il suo lamento se lo portava via il vento.

– Aveva freddo il fiore?

– Ascolta. Era estate quando l’albero era pieno di foglie e di canti di uccellini e il sole scaldava tutte le sue creature. Ma da un certo giorno il sole cominciò a scaldare sempre meno e certe mattine addirittura si dimenticava di alzarsi. Una mattina il cielo perse il suo colore azzurro, diventò tutto grigio, il sole non si alzò per niente, neanche per mezzo minuto, e un vento freddo e furioso prese a scuotere i rami del grande albero. Gli uccellini in tutta fretta abbandonarono i nidi e partirono in massa come una flotta di aerei per andare a scaldarsi sulle coste dell’Africa. L’albero si spogliò di tutte le sue foglie e rimase così nudo, con i lunghi rami che si pretendevano nel cielo come artigli di streghe. Le foglie cadevano al suolo, formando un fitto mantello che si posava su tutte le creature che vivevano lì sotto: i funghi, le formiche, il muschio e il piccolo fiore. Ah, che bel caldino faceva lì sotto, come si stava comodi e protetti e sicuri. Se non fosse per te, brontolava il piccolo fiore pensando all’albero, se non fosse per te… Ma guardando in su, occhieggiando tra una foglia e l’altra vide il grande albero spoglio, nero, senza neanche una foglia. Tutte le sue foglie erano a terra e la scaldavano. Allora il piccolo fiore ebbe dispiacere di essere stato così geloso dell’albero e si sentì così triste per lui che aveva perduto tutte le sue foglie che si ripromise che se l’albero…Ma l’albero, che aveva passato molti anni e molti inverni, sapeva che di lì a pochi mesi le sue foglie sarebbero spuntate di nuovo e gli uccellini sarebbero tornati e i ciclamini, laggiù ai suoi piedi, avrebbero formato un manto lucido di color lilla.

E quando tornò l’estate l’albero si ricoprì di foglie e di uccellini e il piccolo ciclamino, laggiù in basso, brontolava con l’albero che gli copriva il sole. Ma lo faceva così, per abitudine, perché adesso amava davvero tanto il grande albero.

– E sono diventati amici la quercia e il ciclamino?

– Molto amici. Vedrai.

– E mi racconti la favola del pulcino della mamma?

– Domani te la racconto. Domani.

By |2019-04-12T12:47:53+00:0012/04/2019|Racconti Sottosopra|

Lo chiamavano Flamingo Bar

Lo chiamavamo Flamingo bar, ma si chiamava Bar 52, forse perché era al numero civico 52 di via degli Albari, a Bologna, proprio sotto casa mia.

Flamingo era il barista, ma neanche lui si chiamava realmente così: il nome che leggevo sulla posta che si ammucchiava sul pavimento nei giorni di chiusura era Casadei, Giovanni Casadei. Veniva da un paesino romagnolo, il nome era tipico di là. Ma tutti lo avevano sempre chiamato Flamingo.

Alle sette lo trovavo già al lavoro dietro il bancone d’acciaio: a quell’ora  preparava soprattutto cappuccini e caffè per gli impiegati della Cassa di Risparmio. Era la parte routinaria del lavoro. Riempiva i filtri, lavava le tazze, passava lo straccio per togliere i cerchi dei piattini, spolverava i granelli di zucchero con aria distratta, sbirciando la strada dove posteggiava, sempre in divieto, la sua Volvo color amaranto. Ogni due o tre mesi gli facevano una multa per divieto di sosta, era quasi una convenzione per i vigili che passavano ogni mattina di lì, una specie di tassa di sosta personalizzata.

Stia attenta – mi diceva allora- ci sono i vigili stamattina.

Era più amareggiato che arrabbiato, come per uno sgarbo ricevuto da un vicino solitamente gentile. Non gli facevo notare che c’erano tutte le mattine e che la sua macchina, con quel colore luccicante, poteva venire ignorata solo con uno sforzo di buona volontà.

Anch’io mi fermavo a prendere il caffè: se non ero troppo di fretta lasciavo sfollare il gruppetto degli impiegati e mi appollaiavo sull’unico sgabello, in fondo. Sfogliavo il Carlino cercando la pagina locale , leggevo i morti e i nati, facevo il saldo, confrontavo i nomi: due Giulie nate per tre Cesarine morte, qualche Christian, qualche Andrea, nessun Sergio né tra i nati né tra i morti, un nome definitivamente estinto. Parlavamo di questo e d’altro, del caldo insopportabile di quella lunghissima estate, del metro di neve che in una sola notte aveva ricoperto le macchine al parcheggio, della vecchia Borghini che in quattro e quattr’otto aveva piegato i tovaglioli lasciando tutto al canile del Trebbo…

Verso le sette e mezza la porta tintinnava : entrava il professor Zoli portando sotto il braccio il Corriere ed un minuscolo volpino dal cattivo carattere che abbaiava minacciosamente all’espositore di caramelle. Era per me l’ora di andarmene, lasciando al professore il posto sullo sgabello intiepidito . Lui mi faceva un cenno del capo con la condiscendenza di un sultano, occupava il “suo”  posto sullo sgabello e lo teneva con fermezza fino a sera. Quando rientravo lo vedevo ancora lì, bloccato davanti ad un bicchiere di vino, il Corriere sgualcito sul banco, il volpino sonnecchiante steso sul pavimento.

Il barista spargeva la sabbia, chiudeva la macchina del caffè, bisbigliava qualcosa alla moglie, una bruna coi baffi che a quell’ora passava a controllare la cassa. Qualche volta entravo a prendere un latte o una manciata di cioccolatini da mangiucchiare più tardi, davanti alla tivù. Certe sere d’estate si tirava a far tardi, con la serranda mezzo abbassata perché non entrasse più nessuno a chiedere un caffè, una scheda telefonica, un bicchiere di bianco. Il volpino sbavava sulle mie scarpe nuove, il sindaco voleva imporre la circolazione a targhe alterne, l’assassino della contessa Randone non era ancora stato trovato. Si affacciava sull’uscio la tabaccaia: quasi ogni giorno le avevano rubato qualcosa: due biro, un accendino, non si poteva andare avanti così…

Non ci fu nessun indizio che ci avesse messo sull’avviso quando una mattina ci accorgemmo che Flamingo era diventato vecchio: mentre scendevo dallo sgabello lasciando il posto al professore  ( e un ragazzo dai capelli rasta si affacciava alla porta per chiedere dov’era il negozio di Play sport)  notammo  quanto le scapole sporgessero sotto la camicia celeste e come si era fatto piccolo e magro, in un certo senso destrutturato, come se l’ossatura avesse improvvisamente ceduto. Me ne torno a casa mia –disse quel giorno-torno su al mio paese insieme alla mia vecchia. Ho avuto un’offerta per vendere il bar, me ne vado a Settembre. Sono stanco ormai.

Era il primo di Luglio di un’estate caldissima , me la ricordo ancora. Carmen Consoli cantava… narciso…parole di burro, io avevo il vestito bagnato sulla schiena, i vigili passavano ignorando la Volvo, il volpino abbaiava a un pacchetto di Saila.

Dopo, naturalmente, ci furono dei saluti, degli addii, anche dei baci umidi sulle guance. Dopo vennero i lavori, gli imbianchini, i piastrellisti, la coppia dei giovani baristi, carini, simpatici, bionda lei, lui bruno con un serpente tatuato su una spalla.

Qualche volta entro a prendere il caffè. Il professor Zoli sta lì in un angolo davanti a un bicchiere di bianco, il volpino aspetta fuori legato ad un palo. Il bar si chiama Sosta, e non è un brutto nome per un bar.

Anche il caffè non è male.

Ma io Flamingo non l’ho dimenticato.

By |2019-03-23T15:35:52+00:0023/03/2019|Racconti Sottosopra|

Non confesserò

Non confesserò i miei peccati a nessun prete, né a pensierosi professori, né a parolai pagati per non patire con te per le tue sofferenze. Non confesserò i miei vaneggiamenti a vescovi rugosi, a vedove velate, a velocisti del giudizio, a ventenni splendenti, a vanesi ventriloqui che parlano con la pancia.
Non confesserò le mie pecche a chi mi dà una pacca sulla spalla, a che mi picchia per piacere agli altri, a chi prende la palla al balzo per rimproverarmi i piccoli peccati. Non confesserò le mie mancanze a madri tenere né a madri mature, né a madri moraleggianti, non a mature matrone, né a magri mungitori di confidenze, né a mistici marziali . Ma lancerò una monetina nel cappello sgualcito di un mendicante come una dichiarazione di incapacità.

contributo di: Alessandra Estreet Di Sante

By |2019-01-16T11:03:14+00:0016/01/2019|Racconti Sottosopra|

Nel paese dove non esistono i draghi

Xiu Mei ha dormito per quasi tutto il volo. Ha anche sognato la nonna che le regalava un pacchetto di biscotti alla liquirizia e ripeteva quella parola: wèilài*, wèilài.  Adesso si è svegliata e non è più in aereo ma sta scendendo la scaletta in braccio a suo padre, il viso tondo come una  monetina che oscilla qua e là sulla sua spalla. L’aria le lecca la faccia come un fiato caldo. L’aria è umida come la lingua del suo cane Pae che è rimasto a casa.

­“Pae?” chiama, ma a bassa voce. E’ piccola ma non sciocca, sa che Pae non è lì. Ma pronunciare il suo nome la fa sentire meno estranea in quel posto confuso dove si trova adesso.

Si mette una mano in tasca ma non trova nessun pacchetto di biscotti. Ne immagina il sapore dolce piccante sulla punta della lingua e gli occhi le si accendono di lacrime.  

‘Non devi piangere mai’ le  ha detto la nonna  ‘devi essere brava con i tuoi genitori che vanno lontano per un futuro migliore. Wèilài’.

Di tutta quella lunga frase Xiu Mei ha capito solo ‘non devi piangere.’ ‘Futuro/ wèilài’ invece le è sembrata una parola bellissima, che però non vuole dire niente.

Non devi piangere.  Perciò spalanca gli occhi per impedire alle lacrime di scendere e allora le vede. Tutte quelle facce che ondeggiano sotto di lei.

Facce enormi, occhi rotondi, grandi bocche spalancate che parlano una cantilena  aspra, ruvida, e molte di quelle facce hanno  peli in posti strani, attorno alla bocca, sotto il mento, dentro il naso!

‘Vai…arrivo… presto’ . ‘Nai… nanana… ne’.  I suoni escono striduli da quelle bocche pelose.

Xiu Mei guarda la madre che cammina lenta a fianco di suo padre. Da lassù, dove è lei, vede le sue ciglia abbassate, le sue lunghe palpebre come petali rosa.

Glielo aveva detto: faremo un viaggio bellissimo, voleremo tra nuvole e montagne, vedremo le piccole rondini e le grandi aquile e i pesci lucenti che danzano dentro il mare. Vedremo il mare.

“E anche i draghi?” Aveva chiesto Xiu Mei?

“Forse”, aveva risposto la mamma,“  e aveva abbassato lo sguardo.

Durante il volo ha quasi sempre dormito, ma una volta  ha guardato fuori e non ha visto le rondini, né le aquile, né i pesci. Ma soprattutto non ha visto i draghi.

Le è dispiaciuto di non vedere i draghi.  I draghi le piacciono moltissimo. Ne ha uno fatto di stoffa che le ha cucito la nonna. Si chiama Pao, come il suo cane. Cioè si chiama Pao 2, per distinguerlo dal cane. Si fruga in tasca, meccanicamente, ma sa già che Pao 2 è rimasto a casa, dimenticato nella confusione dell’ultimo giorno di quel viaggio lunghissimo.

“E arriveremo in un posto bellissimo, con case grandi e alberi pieni di fiori e uccellini canterini” aveva detto la mamma.

“E piene di biscotti?” Aveva chiesto lei.

“Tantissimi biscotti”.

Lei aveva spalancato la bocca per la meraviglia e aveva sorriso.

A cinque  anni Xiu Mei ha una fiducia assoluta in sua madre. La mamma non dice mai una bugia.

Davanti al nastro trasportatore suo padre la mette giù. Tutto il mondo rotola su sé stesso. Allora le vede. Tutte quelle gambe. Gambe nude, alte come colonne, piene di peli come le zampe di Pao.  Enormi.

Non devi piangere mai, ha detto la nonna, perciò non piange. Neanche quando un gigantesco piede, dentro ad un immenso sandalo la pesta e una smisurata mano pelosa le accarezza la testa dicendo quelle parole incomprensibili con un vocione forte come il rombo di un tuono.

“Scusa piccolina”. “Lalalalalala”.

Il rombo di tuono ha come un sentore di zucchero alla fine delle parole, dove la voce cade, e allora è davvero difficile non cedere ai singhiozzi e non chiedere alla mamma perché le ha detto una così grande bugia.

 “E arriveremo in un posto bellissimo, con case grandi e alberi pieni di fiori e uccellini canterini”

Ma la mamma non dice le bugie.

Allora vuol dire che hanno sbagliato posto.

O si sono persi.

Hanno sbagliato posto e si sono persi.

Mano Pelosa, incantata dai capelli di Xiu Mei, soffici come la pancia di un gattino, le fa un’altra carezza e dice parole che hanno il suono dolce salato della liquirizia.

La liquirizia le ricorda la nonna , il suo odore pungente di biscotti, il colore azzurro e oro della domenica mattina, la torta lunare così buona che si mangia in autunno, quando lei compie gli anni e  che le fa venire il mal di pancia. Qualche volta è bello avere mal di pancia perché allora la mamma  le dà le umeboshi, le dolcissime prugne che consolano di ogni male.

Se lì ci fosse un drago, il suo speciale drago da compagnia, gli chiederebbe di fare un incantesimo. Riportami a casa, gli direbbe, via da questo posto di animali pelosi, di piedi grandi, di occhi rotondi.Poi la mette nel suo lettino e le racconta la favola della principessa e il drago.

Via da questo posto senza nonna, e senza Pao, e senza liquirizia.

Dopo Mano Pelosa, piedi enormi la spingono, la pestano, mani sconosciute passano distrattamente una carezza sui suoi capelli neri, come se fossero una calamita. Una treccina si scioglie. Il fiocco colore lilla cade a  terra. Xiu Mei si china per prenderlo ma non fa in tempo perché uno stivale (uno stivale rosso, come se ci fosse la neve invece di quel caldo che le appiccica la maglietta alla schiena) lo schiaccia, lo riduce ad una briciola e se ne va.

“Perché piangi bambolina?” “Lalalilalalalala?” dice una di quelli con una massa di capelli gialli in testa. Xiu Mei non si è mica accorta che sta piangendo, tira su col naso  e smette immediatamente. Guarda la donna che le fa un grande sorriso pieno di denti, di sicuro saranno almeno cento e parla ancora.

“Sei stanca, vero?” dice Capelli Gialli  e chiedendo con lo sguardo il permesso alla mamma le offre una caramella.

Xiu Mei guarda la mamma che alza lo sguardo e fa un piccolo sorriso. Il primo di quel lungo viaggio. Fa un cenno con la testa, un cenno breve, come una principessa altera. “Si”

La caramella le pizzica la lingua.

E’salata, come le lacrime sospese nei suoi occhi.

E’dolce come lo sguardo della mamma che guarda Capelli Gialli come se la conoscesse.

E’forte, come la mano di suo padre che tiene stretta la sua.

E’ liquirizia.

Xiu Mei guarda Capelli Gialli. O Centodenti?  Si, la chiamerà Centodenti.

Centodenti  è lì che sorride con quella bocca smisurata. E’ bruttissima. Davvero. Ma non sembra cattiva.

Forse non sono così cattivi gli Animali Pelosi. Forse un giorno, con uno di quelli piccoli, potrà anche giocare nel giardino che avrà, nelle casa grande che avrà.

Xiu Mei lascia andare il respiro. Non si era accorta che lo stava trattenendo. Forse non si sono persi. Forse non hanno sbagliato posto. Forse andrà tutto bene.

Wèilài.

* Futuro

Grazie a Rachele per il disegno!

By |2018-12-19T14:48:45+00:0019/12/2018|Racconti Sottosopra|

I grandi non sanno niente

Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso e non vi hanno mai raccontato

Quando avevo tre anni, in estate andavo in vacanza dai nonni. I miei nonni erano due: il nonno, che era corto con il naso rosso e aveva circa cento anni e la nonna, che era lunga con il naso sottile come una matita e aveva meno di cento anni, secondo me. La nonna, se c’era una cosa che non le piaceva di fare, era cucinare. Diceva sempre che sperava che qualcuno si inventava una pillola, così uno ne mangiava una alla mattina e una alla sera ed era a posto e non c’erano i piatti da lavare. Il nonno invece gli piaceva cucinare, ma non gli piacevano le pillole, perché ne doveva prendere cinque o dieci al giorno e il dottore gli diceva sempre: veh Augusto, che devi smettere di bere, anche se il mio nonno non beveva e soprattutto non si chiamava Augusto. Così penso che il dottore si era confuso con qualcun altro, forse il nonno di Claudio che era un bambino che viveva lì vicino.

Allora questo Claudio, che bisogna dirlo che a me mi era antipatico perché quando era nato aveva cominciato che urlava tutto il giorno, suo nonno diceva che era proprio un bel maschiotto e che aveva un gran bel pisellino. Io non so perché era così contento per un pisellino, che mia nonna ne aveva un cesto intero e li sbucciava per fare il sugo, anche se non era contenta per niente, perché l’ho detto che non le piaceva di fare da mangiare, ma lo stesso sgusciava i piselli e non si dava tutte le arie del nonno di Claudio per un pisello solo.

Però a quella faccenda del pisello ci pensavo spesso e allora un giorno lo chiesi a mio nonno cos’era quella storia. Mio nonno rimase un po’ zitto, si grattò il naso e poi disse che a certi bambini, quando nascevano, gli davano un tubicino per fare la pipì e che qualcuno lo chiamava pisellino e che a certi altri bambini gli davano un fiorellino per fare la stessa cosa. I primi erano maschietti e i secondi erano femminucce. Siccome io non avevo un pisellino, né un fiorellino, mi convinsi che non ero né un maschio né una femmina e questa cosa mi diede molto da pensare. Allora andai dalla nonna e le chiesi come si faceva a capire se un bambino era maschio o femmina, quando era vestito. La nonna rimase un po’ zitta, si grattò il suo naso a punta e mi disse che si capiva perché ai bambini maschi – quando nascevano – gli mettevano le scarpine azzurre e alle femmine quelle rosa. Così mi confusi del tutto. Le mie scarpe non erano azzurre, né rosa, ma nere, così mi convinsi che non ero un maschio, né una femmina e questa cosa non mi diede più da pensare perché forse era più divertente così.

Quando avevo sei anni e non andavo più tanto spesso in vacanza dai nonni perché ero grande e avevo un sacco di impegni, avevo le idee più chiare su quella storia dei maschi e delle femmine. Per esempio sapevo che a certe femmine gli piaceva cucinare, ma a mia nonna no, e a certi maschi gli piaceva bere il vino, ma a mio nonno no, anche se aveva sempre il suo naso rosso, e che a me mi piaceva cucinare, ma anche bere il vino ( anche se era superproibito) e mi piaceva leggere i libri e giocare a rubamazzo e fare i dispetti e mi piacevano i gatti e i cani, ma anche le lucertole e le conchiglie e i palloni e mi piaceva tutto quello che c’era al mondo, specialmente la cioccolata.

Allora mi venne in mente di scrivere una specie di guida per distinguere i maschi dalle femmine, visto che i grandi non sanno niente.

MASCHI

Gli piace la cioccolata

Starnutiscono se hanno il raffreddore

Si mettono le dita nel naso

Vogliono fare il presidente del mondo

Odiano le carote bollite

FEMMINE

Uguale. (Ma non si mettono le dita nel naso perché non sono così maleducate!)

By |2018-11-29T09:45:15+00:0029/11/2018|Racconti Sottosopra|

Oppure.

La Morte, nostra signora e padrona, fu chiamata al letto di una partoriente nel lontano giugno del 1927. Il riferimento ‘giugno’ – un po’ vago – si deve al fatto che la partoriente non fu mai in grado di ricordare il giorno esatto della nascita della bambina. O il giorno prima – diceva dubbiosa – o il giorno dopo – affermava perplessa – della nascita della somarina. La somarina, animale prediletto della famiglia di modesti contadini, era nata, di lei sì era certa la data, il 21 di giugno, giorno del solstizio d’estate.

Mia madre, perché lei era la neonata in questione, venne al mondo così gracile gialla macilenta e brutta che l’ostetrica, donna pratica e priva di svenevolezze, dopo aver tagliato il cordone ombelicale l’avvolse in un telo e la mise accanto alla madre che era mia nonna dicendo – questa qui non la fasciamo neanche che così l’anima non fa fatica a volar via. – Vabbè – disse mia nonna che di figlie ne aveva già due e altre ne avrebbe avute – Se è la volontà di Dio così sia – e si addormentò.  Bon, disse la Morte che assisteva accaldata alla faccenda ai piedi del letto – perché che fosse il 20 o il 22 di giugno faceva un caldo cane – questo è un lavoretto facile e allungò la mano ossuta verso la  bambina che, appena sentì il gelo sfiorarle il corpicino, cacciò uno strillo acutissimo, sgranò gli occhi  e cominciò a respirare a tutto spiano.

Come non detto, disse la Morte, seccata di aver perso quasi tutta la mattina quando in giro aveva tanto da fare, se avete bisogno richiamatemi che son qui nei dintorni. Perché, nonostante non fosse tempo di influenze e broncopolmoniti, era però periodo di gastroenteriti che falciavano via i più vecchi e i più piccoli, in quell’epoca di pochi farmaci e di medici più becchini che scienziati.

Ma quella storia, di aver aspettato per niente e di aver sbagliato una diagnosi certissima, alla Morte non era andata giù. Passava spesso a trovare la bambina, sempre gracile, macilenta e patitina, ma vivissima, e la osservava trasformarsi in signorina, e poi in donna giovane e graziosa e poi in signora di mezza età. La spiava fuori dagli ospedali dove la sua prediletta andava a farsi controllare un cuore così fragile, così malandato che,  “Cosa vuole signora, non deve fare nessuno sforzo mai, e soprattutto mai nessun dispiacere”. E io, la figlia nata in un giorno preciso poiché alla mia nascita non c’erano somarine a contendermi l’attenzione, nata quindi un 25 novembre di un anno variabile, vivevo in punta di piedi dietro il suo respiro per non darle quei dispiaceri che lo sapevo, la Morte che ci tallonava da vicino da un ambulatorio all’altro, aspettava per cogliere il bottino che le spettava da ormai quarant’anni, senza essersi rassegnata ad aver perso la partita. Anno dopo anno a camminare in fila, io la Morte e mia madre legate a doppio filo, a guardarci alle spalle. Poi, a un certo punto, un aprile piovoso di cinque anni fa, mentre mi ero distratta a guardare la pioggia, la Morte ha vinto. Si è presa mia madre, reduce da un tragico intervento, e l’ha portata con sé. Non so dove. Sono state via insieme due mesi, durante i quali il corpo semimorto di mia madre, giacendo tra lenzuola candide respirava con enormi bombole di ossigeno e veniva nutrito con bocce di acqua e zucchero. Poverina, dicevano i parenti, si rassegni, scuotevano la testa i luminari. Finché un giorno mia madre ha aperto gli occhi, ha chiesto un caffè con un goccio di latte (caldo con due zollette di zucchero ) e mi ha chiesto – dove sono stata? Sei stata morta, le ho risposto e, anche se è una forma grammaticale imperfetta, non trovo miglior modo di dirlo che renda l’idea. Mi sa, mi ha risposto, che voglio anche un biscotto.

Il 22 giugno di quest’anno ( perché il compleanno ufficiale alla fine l’hanno stabilito in quel giorno, non potevano mica segnare “ nata un giorno prima o un giorno dopo della somarina”) mia  madre è rimorta, per qualche giorno. Ma poi è tornata. Adesso è a casa sua che sta dando istruzioni a un falegname per abbassare i piedi del letto secondo un progetto tutto suo. Se qualcuno crede che questo racconto sua frutto di fantasia posso esibire on demand certificati medici che parlano di fase pre agonica, fase terminale ecc.

Adesso la Morte si è piazzata di là, ad abitare con lei. Esce  qualche ora al giorno, va in giro a fare il suo lavoro poi torna a casa. Mi fa pena, così magra, pallida, ossuta e tremolante. Dichiarati perdente, vorrei suggerirle, io lo faccio da sempre. La Morte mi guarda, con le sue povere orbite vuote e scuote il teschio. Tutte e tre sappiamo che un giorno vincerà: lo so io, lo sa lei, lo sa mia madre.

Oppure.

By |2018-10-19T13:39:58+00:0009/10/2018|Racconti Sottosopra|