Caterina Ferraresi

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Recensione e intervista da Cultura al Femminile

Intervista a Caterina Ferraresi,

autrice de

L’elogio del barista.

Riflessioni semiserie di una psicoterapeuta

sull’inutilità della psicoanalisi

recensione di Cristina Casillo

link alla pagina originale

elogio barista psicoanalisi

Ho avuto il piacere di conoscere Caterina Ferraresi,  psicoterapeuta di Bologna che ha pubblicato, con Marco Mazzoli, la raccolta di racconti Il lupo sotto il mantello; con Danilo di Diodoro, Lo gnomo della bibliotecaNaso di cane, grazie ad un articolo pubblicato nella pagina spettacoli del “Il Resto del Carlino” di Bologna.

“La psicoanalisi? La fa il barista”. Questo era il titolo.

L’articolo di Camilla Ghedini comincia così:

“LA DIFFERENZA tra uno psicoanalista e un barista è molto semplice.

Il primo non può dare consigli, anche se vorrebbe. Il secondo dà anche quelli non richiesti e lo fa con una schiettezza e leggerezza da fare invidia a una professionista dell’inconscio”.

La mia curiosità per lo studio della psicoanalisi è sempre stata grande come lo stupore nel constatare che chi, come il barista citato dalla Ferraresi, facendo un lavoro a contatto con il pubblico riesca ad offrire un supporto sicuramente meno appropriato – per mancanza di conoscenza della scienza – ma simile a quello dello psicoterapeuta.

Vendendo bevande dolci e calde come il caffè, al costo di poco più di un euro, offre sorrisi, confidenza e conforto: un effetto placebo che solo l’antidepressivo può eguagliare.

Oggi ho il piacere di intervistare Caterina Ferraresi per il salotto di Cultura al Femminile in merito al suo libro L’elogio del barista.  Riflessioni semiserie di una psicoterapeuta  sull’inutilità della psicoanalisi, edito da Corbaccio nel 2017.

Benvenuta Caterina. Come è nata l’idea di scrivere un libro che fa ironia sulla tua professione di psicoterapeuta?

Grazie dell’ospitalità, Cristina.

Trovo che l’ironia sia una buona chiave per dire cose serie senza appesantirle: è un po’ come quando, da bambini si giocava al “facciamo che io ero …”
In realtà, volevo parlare del mio lavoro in modo serio, ma non serioso, uno dei tanti rischi che corriamo noi “psi”.

Volevo anche raccontare chi è un terapeuta (o più semplicemente chi sono io), le sue fragilità, le sue idiosincrasie, i suoi lati buffi.

Un altro titolo che mi piaceva è “Il terapeuta dal buco della serratura”: volevo consegnarmi con fiducia ai miei pazienti, dire io sono questa, sappiate in che mani vi affidate!

È vero che con la realizzazione di questo libro ti sei inimicata analisti e psicologi?

Qualcuno, non tanti quanto avrei voluto!

In realtà,  io non me la prendo con gli psicoterapeuti, ma ne segnalo i possibili rischi: se può far bene, allora può far male.
Uno dei possibili effetti collaterali dell’aspirina è la morte istantanea (verificare nel bugiardino), uno dei possibili effetti collaterali della psicologia è lo psicologismo, cioè la deresponsabilizzazione.

È una deriva culturale della quale, anche in questi giorni, la cronaca ce ne offre un vasto menù: non so cosa ho fatto, né cosa mi è successo, cosa mi è preso…come se noi fossimo agitati da dentro da qualcosa che non conosciamo.

I traumi? La mamma? Un’infanzia infelice? (un soldino per chi non ha avuto un qualche trauma nell’infanzia).

No no no , questo io non lo avvallo e lo trovo pericolosissimo.

Leggendo il tuo libro una delle tante cose che mi ha colpito è stata quando hai paragonato la sofferenza psichica, sentimentale ed emotiva ad un pallone a due valvole. Da una di queste valvole si può soffiare l’aria dentro ed ingrossare il pallone, dall’altra si può fare uscire l’aria fino a sgonfiare il pallone.
E’ necessario scavare nel passato per risolvere un problema psicologico? Si può andare oltre la propria storia familiare? Il tuo libro invita ad essere noi i diretti responsabili ed artefici per la risoluzione dei problemi?

Sì, è necessario conoscere la propria storia, o saremo destinati a ripeterla. Non necessariamente attraverso un percorso analitico, ci sono tante altre forme di narrazione.

Per me i libri prima di tutto. Devo tanto allo scrittore Yehoshua se ho fatto pace con i sensi di colpa nel rapporto con un figlio.

Ma anche a tanti altri: ho una lista di scrittori che mi hanno “salvato la vita”.
Il rischio della psicoterapia è di rimanerne intrappolati: un bravo terapeuta mi deve aiutare a raccontarmi la mia biografia, sentirne le emozioni, prenderne le distanze e poi lasciare andare la mia storia.

Un bravo terapeuta deve, ad un certo punto, darmi un calcio nel sedere e dirmi “vai”.

Questo è soffiar fuori l’aria.
Ritengo che uno dei più grossi drammi che affligge il nostro vivere quotidiano, sia la mancanza di empatia.

Leggendo il tuo libro, ho scoperto che per motivi di lavoro viaggi spesso in treno.

Alcuni mesi fa mi sono trovata in una situazione che mi ha portato a riflettere a lungo. Il treno sul quale viaggiavo, portava un ritardo di oltre due ore.

Una persona, si era suicidata buttandosi sulle rotaie. Una ragazza seduta vicino a me era piuttosto
seccata, sottolineava il fatto che per suicidarsi non fosse necessario rovinare il fine settimana agli altri facendoli arrivare a casa tre ore dopo il previsto a causa del disagio provocato.

La mia risposta non si è fatta attendere: “Perdonami, ma pensi forse che chi ha intenzione di commettere un gesto simile abbia interesse per il nostro week-end?”.
Silenzio, solo silenzio. Nessuno ha voluto commentare la mia osservazione.
Cosa ne pensi al riguardo? Sei d’accordo con me che a causa della mancanza di empatia tra amici o addirittura familiari, si senta la necessità di ricorrere sempre più spesso alla psicoanalisi?

Sì, siamo abituati a considerarci monadi, invece siamo una comunità.

Il suicidio di una persona mi riguarda, anche se non la conosco. Perché io sono io, più’ tutti quelli che mi sono attorno.

Ho assistito molte volte a scene come quella che mi racconti: è molto triste e anche molto faticoso non poter darci il tempo di pensare, di soffrire. Questo dover essere sempre performanti.

Comincio a pensare che il tempo perso sia quello di maggior valore, il più creativo, il più ricco.

Il buon barista per incrementare i guadagni sviluppa la capacità di essere empatico, molto più velocemente rispetto ad un semplice impiegato e senza rendersene conto.

Anche per questo motivo hai dedicato il libro a lui?

Ho dedicato il libro a lui perché io sono grata della gratuità di certi gesti minimi.

Un sorriso, un caffè servito con gentilezza (purtroppo “l’elogio della gentilezza” l’hanno già scritto!), una bugia leggera su come ti sta bene una certa maglia…

La vita è anche una somma di piccole ferite, e io mi sento sempre un po’ consolata di ogni minima medicazione.

Il mio barista attuale lo è: fa i panini più’ scadenti del mondo ma chiacchiera con me, mi chiede dei miei gatti, commenta e sa star zitto quando leggo il giornale.

Ci vado nella mia pausa pranzo: è la mia mini – terapia settimanale. E vale tutti i panini mollicci
che mi mangio.

Ringrazio Caterina Ferraresi per avermi rilasciato questa intervista ma in particolar modo per aver scritto il libro.

La lettura è sempre piacevole, scorrevole e divertente e apre le porte ad una visione della psicoanalisi che in molti non conoscono.

By |2019-04-04T10:20:14+00:0004/04/2019|Signora Mia|

Caro amico ti leggo

Caro amico ti leggo.

Oggi, 29 marzo, inizia a Verona il Congresso mondiale delle famiglie. In discussioni temi che riguardano la libertà della persona, la libertà di amare (ognuno come gli va, cantava Lucio Dalla) e  di fatto, e molto in sintesi, i diritti delle donne. Il parterre dei personaggi che lo animano consentirebbe facili ironie e le facce sono fin troppo suggestive dell’acume del buon vecchio e politicamente scorretto Lombroso. La tentazione di corredare questo articoletto con una foto dell’espressione di una Maria Giovanna Maglie, ex giornalista e ex un mucchio di cose, (quella che vorrebbe prendere sotto con la macchina Greta Thunberg per capirci) attualmente saggista, opinionista e fervida sostenitrice del congresso o di un Brian Brown (ex quacchero convertito padre di nove figli) è forte, ma il momento è cupo e ci sono tempi in cui l’ironia, grande meccanismo di difesa ma anche dichiarazione di superba superiorità, va lasciata da parte. Io oggi vorrei indicare con il cuore, come esempio di modernità, umanità e speranza per il futuro, un uomo modernissimo, anche se nato e morto nell’ottocento, Victor Hugo (1802- 1885).

V.H. fu esiliato dalla Francia per quasi vent’anni a causa dei suoi discorsi appassionati contro la miseria, l’ingiustizia sociale, la condizione subalterna della donna, la pena di morte, il lavoro minorile. Fu esiliato anche per aver perorato con passione la difesa del suffragio universale, della libertà di stampa e di una scuola laica e gratuita senza insegnamento religioso.

Ne “I miserabili” capolavoro politico, umano, letterario, c’è già scritto tutto il programma che la sinistra potrebbe adottare, cambiando qualche virgola qua e là e facendolo suo. Coraggio amici di sinistra: c’è qualcuno di voi che sa leggere? Perché c’è già tutto, ma proprio tutto e, credo, i diritti d’autore sono ormai scaduti.

P.S. Perdono perdono perdono, lo so: sono una cialtrona! Ma non ho resistito. Foto di maria giovanna maglie

By |2019-03-29T16:14:54+00:0029/03/2019|Signora Mia|

Chi si loda s’imbroda

Dice: perché non parli mai del tuo libro?

Perché ho questo imprinting che mi ha lasciato mia nonna, quella pessimista. Diceva la nonna: chi si loda s’imbroda.

Eh, dice, ma non è che ci sia tanto da lodarsi, non hai mica scritto La divina commedia.

Sì, grazie, lo sospettavo (a questo servono gli amici!)

E poi c’è un’altra cosa, della quale non sono ancora pronta a parlare, ma lo farò la prossima volta. O magari quella ancora dopo. Qualcosa che riguarda il sentimento che un autore può avere per un proprio libro DOPO che è venuto al mondo…

Comunque adesso non voglio parlare di questo, non sono ancora pronta. Vi voglio invece parlare del PRIMA. Da dove nasce il mio libro, ve lo voglio  mostrare quando era solo un racconto, appena un groviglio di idee, all’INIZIO del concepimento. E cosa c’è più bello degli inizi?

By |2019-03-23T15:33:05+00:0023/03/2019|Signora Mia|

Lo chiamavano Flamingo Bar

Lo chiamavamo Flamingo bar, ma si chiamava Bar 52, forse perché era al numero civico 52 di via degli Albari, a Bologna, proprio sotto casa mia.

Flamingo era il barista, ma neanche lui si chiamava realmente così: il nome che leggevo sulla posta che si ammucchiava sul pavimento nei giorni di chiusura era Casadei, Giovanni Casadei. Veniva da un paesino romagnolo, il nome era tipico di là. Ma tutti lo avevano sempre chiamato Flamingo.

Alle sette lo trovavo già al lavoro dietro il bancone d’acciaio: a quell’ora  preparava soprattutto cappuccini e caffè per gli impiegati della Cassa di Risparmio. Era la parte routinaria del lavoro. Riempiva i filtri, lavava le tazze, passava lo straccio per togliere i cerchi dei piattini, spolverava i granelli di zucchero con aria distratta, sbirciando la strada dove posteggiava, sempre in divieto, la sua Volvo color amaranto. Ogni due o tre mesi gli facevano una multa per divieto di sosta, era quasi una convenzione per i vigili che passavano ogni mattina di lì, una specie di tassa di sosta personalizzata.

Stia attenta – mi diceva allora- ci sono i vigili stamattina.

Era più amareggiato che arrabbiato, come per uno sgarbo ricevuto da un vicino solitamente gentile. Non gli facevo notare che c’erano tutte le mattine e che la sua macchina, con quel colore luccicante, poteva venire ignorata solo con uno sforzo di buona volontà.

Anch’io mi fermavo a prendere il caffè: se non ero troppo di fretta lasciavo sfollare il gruppetto degli impiegati e mi appollaiavo sull’unico sgabello, in fondo. Sfogliavo il Carlino cercando la pagina locale , leggevo i morti e i nati, facevo il saldo, confrontavo i nomi: due Giulie nate per tre Cesarine morte, qualche Christian, qualche Andrea, nessun Sergio né tra i nati né tra i morti, un nome definitivamente estinto. Parlavamo di questo e d’altro, del caldo insopportabile di quella lunghissima estate, del metro di neve che in una sola notte aveva ricoperto le macchine al parcheggio, della vecchia Borghini che in quattro e quattr’otto aveva piegato i tovaglioli lasciando tutto al canile del Trebbo…

Verso le sette e mezza la porta tintinnava : entrava il professor Zoli portando sotto il braccio il Corriere ed un minuscolo volpino dal cattivo carattere che abbaiava minacciosamente all’espositore di caramelle. Era per me l’ora di andarmene, lasciando al professore il posto sullo sgabello intiepidito . Lui mi faceva un cenno del capo con la condiscendenza di un sultano, occupava il “suo”  posto sullo sgabello e lo teneva con fermezza fino a sera. Quando rientravo lo vedevo ancora lì, bloccato davanti ad un bicchiere di vino, il Corriere sgualcito sul banco, il volpino sonnecchiante steso sul pavimento.

Il barista spargeva la sabbia, chiudeva la macchina del caffè, bisbigliava qualcosa alla moglie, una bruna coi baffi che a quell’ora passava a controllare la cassa. Qualche volta entravo a prendere un latte o una manciata di cioccolatini da mangiucchiare più tardi, davanti alla tivù. Certe sere d’estate si tirava a far tardi, con la serranda mezzo abbassata perché non entrasse più nessuno a chiedere un caffè, una scheda telefonica, un bicchiere di bianco. Il volpino sbavava sulle mie scarpe nuove, il sindaco voleva imporre la circolazione a targhe alterne, l’assassino della contessa Randone non era ancora stato trovato. Si affacciava sull’uscio la tabaccaia: quasi ogni giorno le avevano rubato qualcosa: due biro, un accendino, non si poteva andare avanti così…

Non ci fu nessun indizio che ci avesse messo sull’avviso quando una mattina ci accorgemmo che Flamingo era diventato vecchio: mentre scendevo dallo sgabello lasciando il posto al professore  ( e un ragazzo dai capelli rasta si affacciava alla porta per chiedere dov’era il negozio di Play sport)  notammo  quanto le scapole sporgessero sotto la camicia celeste e come si era fatto piccolo e magro, in un certo senso destrutturato, come se l’ossatura avesse improvvisamente ceduto. Me ne torno a casa mia –disse quel giorno-torno su al mio paese insieme alla mia vecchia. Ho avuto un’offerta per vendere il bar, me ne vado a Settembre. Sono stanco ormai.

Era il primo di Luglio di un’estate caldissima , me la ricordo ancora. Carmen Consoli cantava… narciso…parole di burro, io avevo il vestito bagnato sulla schiena, i vigili passavano ignorando la Volvo, il volpino abbaiava a un pacchetto di Saila.

Dopo, naturalmente, ci furono dei saluti, degli addii, anche dei baci umidi sulle guance. Dopo vennero i lavori, gli imbianchini, i piastrellisti, la coppia dei giovani baristi, carini, simpatici, bionda lei, lui bruno con un serpente tatuato su una spalla.

Qualche volta entro a prendere il caffè. Il professor Zoli sta lì in un angolo davanti a un bicchiere di bianco, il volpino aspetta fuori legato ad un palo. Il bar si chiama Sosta, e non è un brutto nome per un bar.

Anche il caffè non è male.

Ma io Flamingo non l’ho dimenticato.

By |2019-03-23T15:35:52+00:0023/03/2019|Racconti Sottosopra|

Dagli amici mi guardi Dio, che dai nemici mi guardo io

Perché davvero poche cose sono più perniciose degli amici che agiscono per il nostro bene.

Allora adesso c’è questo gruppo (ciurma, accozzaglia, gang band sarebbero termini dispregiativi e io, che sono una personcina educata, non li userò) comunque, dicevo, c’è questa squadra che si riunirà a Verona  a fine mese per occuparsi con affettuosa sollecitudine dei fatti nostri, e dico “fatti” nel caso che qualcuno di animo sensibile stia leggendo questo pezzo o, più semplicemente, nel caso che qualcuno lo stia leggendo tout court.

Allora a Verona i giorni 29-30-31 marzo si terrà il

WORLD CONGRESS OF FAMILIES XIII

Voilà! Che sarà mai il world congress fam bla bla bla? mi sono chiesta e, da coscienziosa cittadina anche se un po’ ignorante – sono andata a leggere il programma.

Beh, non ci si può quasi credere: un nutrito gruppo di anime belle si riuniranno, perdendo il loro tempo prezioso e i loro (?) soldi per occuparsi della mia moralità. Ah, che dolcezza, mi sono detta, che senso di calore amoroso, che sollievo sentirmi così ben assistita nei miei incerti passi sulla via della salvezza.

Perché, durante questo congresso, un gruppo di personaggi misti che vanno dal leader del Family Day signor Massimo Gandolfini, alla presenza del ministro dell’istruzione signor Marco Bussetti, al ministro per la famiglia signor Attilio Fontana, passando per un tizio russo che non ho capito chi sia ma che comunque, se mi entra in casa, mi chiudo nel bagno e chiamo il 113, e con la partecipazione di un ex calciatore tal Legrottaglie dagli occhi blu e fulminato anni orsono sulla via di Damasco, e vari ed eventuali con un passaggio anche del nostro ministro dell’interno (pare), sono tutti lì per ricordarci, a noi popolo immorale e bue e ALLE DONNE in particolare, note e risapute sciammanate che se le molli un momento si lasciano andare a fare le peggio cose, di comportarci bene.  NON FARE LE COSACCE,  perché Gesù ti guarda, come  mi dicevano le suore dell’asilo, certo con intenzioni affettuose e inconsapevoli che poi avrei dovuto fare trent’anni di psichiatria per guarire.

Cosa vogliono mai questi amici: simpaticamente che le donne stiano in casa a badare la prole, che i maschietti non se la facciano tra di loro, né tantomeno le femminucce, non parliamo poi dell’aborto e che – ultimo ma non ultimo – venga riconosciuto il sacrosanto

Diritto umano all’omofobia, ecchec.

(per onestà questo è sostenuto dalla dott.ssa De Mari che purtroppo, come succede talvolta ai migliori, da tempo immemorabile sì è bevuta il cervello).

Bene bene. Come dicevo, sono certa delle loro intenzioni amichevoli. Di fare il nostro bene perchè le donne in particolare, si sà, non ce la fanno proprio da sole, poverine, a prendere le loro decisioni e bisogna badarle come delle tenere e affettuose bambine.

Perchè,come  diceva un vecchio bolognese di quelli da bar sport ( e ve lo scrivo in dialetto e prendetela con beneficio)

“Cal don i an mezzetto ad zervel in manc”.

E quindi aspettiamo con fiducia che i nostril amici prendano le decisioni giuste per noi e intanto non dimentichiamo che

Dagli amici mi guardi Dio che dai nemici mi guardo io.

  1. Comunque, se per caso avete un mattarello a portata di mano, tenetelo lì sott’occhio. Non si sa mai!

Piccolo suggerimento letterario:

“Per il tuo bene” piccoli crimini in nome dell’affetto. Di Gianna Schelotto

By |2019-03-16T11:13:34+00:0016/03/2019|Signora Mia|

Old & co. alla riscossa

Gira tra i medici la seguente storiella.

Un signore novantenne andò a farsi visitare dal suo medico, lamentando un certo fastidio al ginocchio sinistro.

  • Al mattino soprattutto, appena mi tiro giù dal letto, il ginocchio sinistro si inchioda lì e mi prende tutto un dolore…cosa potrebbe essere?
  • Eh, rispose il medico con simpatia, sarà anche un po’ l’età…
  • Ma non è vero dottore, rispose fiero il novantenne, l’altro ginocchio ha la stessa età e non mi fa male per niente!

Adesso non so esattamente perché ho raccontato questa storiella (vera? inventata? Direi più la seconda), ma credo perché, da un po’ di tempo, mi è presa curiosità per quell’epoca della vita in cui tutto sembra andare in sottrazione. E invece no. Nella mente, insieme ai neuroni che se ne vanno salutando – bye bye – altri si intruppano in una specie di buffa associazione a delinquere: creano personaggi, costruiscono amori e organizzano ribellioni contro il tiranno (di solito questo ruolo è interpretato dai figli).

Allora c’era questa vecchietta, Secondina, (perché in Romagna con i nomi non la toccano piano) novantenne e passa, che tutte le sere rifiutava di mangiare insieme ai suoi familiari e si chiudeva in camera sua a chiave, minacciandoli di passare alle maniere forti se si avvicinavano e provavano a parlarle. Il figlio,preoccupato dalla evidente demenza della madre, mi chiese di andare a visitarla: temeva che potesse fare qualche gesto inconsulto, sporgersi dalla finestra, dare fuoco alla stanza. Perché Secondina, oltre a chiudersi in camera, accendeva una candela e parlava a bassa voce, tenendo una conversazione fitta fitta con…nessuno.

Almeno potessimo portarle via le candele, mi disse il figlio angustiato, ma quella è più furba di una volpe e se le nasconde sotto il vestito e non posso mica frugare sotto il vestito di mia madre.

Andai a visitarla, sperando di avere un’aria abbastanza credibile come medico, nonostante i miei pochi (allora) anni.

Mi accolse con buona creanza, serrata nel suo grembiule grigio a fiorellini rosa e con una retina in testa. Le dissi chi ero e che ero lì per controllare che fosse in buona salute e se casomai potevo fare qualcosa per lei.

Mi guardò con una specie di ilare sufficienza, poi mi disse – in dialetto che non so riportare – che, se fosse stata male, avrebbe chiamato un dottore quello vero e se io non avevo da fare i miei lavorini a casa mia, la me purena (poverina mia).

Feci la faccia più severa che riuscii: Perché mai la sera non voleva mangiare con i suoi familiari?

Perché, mi sussurrò dopo aver fatto uscire il figlio dalla stanza, tutte le sere viene a trovarmi un ragazzo bellissimo – nero, specificò – e non voleva che quella strega di sua nuora diventasse gelosa.

Quella strega me lo vuole rubare, disse, lo vuole lei invece che quel brot ber ignurent (il figlio suo e marito della nuora).

Si arrampicava su per la grondaia, mi spiegò, entrava dalla finestra e lì, seduto sul letto, le raccontava delle storie bellissime e le faceva compagnia.

E la candela?

La candela per vederci, no? E adesso signorina bella, concluse sempre in nel suo dialetto colorito, se volevo andare a casa mia e non importava che mi disturbassi a tornare…

Acconsentii alla richiesta del figlio di darle qualcosa perché smettesse di delirare. Le proposi delle goccine spacciandole per un ricostituente e Secondina, incredibile! le accettò.

Dopo un paio di settimane passai di nuovo a visitarla. Era quasi irriconoscibile: mite, triste, chiusa in un mutismo malinconico dal quale non uscì se non per dirmi, con un filo di voce: Non viene più.

Il figlio era sollevato, la nuora finalmente tranquilla, Secondina consegnata alla sua demenza, senza più il piccolo delirio a farle compagnia. Il ragazzo nero bellissimo imprigionato per sempre nel mondo parallelo dove vivono i nostri sogni e i nostri desideri.

Mi sono pentita tante volte della mia giovane presunzione.

E da allora, quando mi capita di incontrare un vecchio, mi chiedo sempre quale storia stia vivendo dietro le rughe, i capelli bianchi,  la dentiera, e il ginocchio che si inchioda e…

No dottore, non è l’età,l’altro ginocchio ha la stessa età e non mi fa male per niente!

Tempo fa avevo detto che mi sarebbe piaciuto raccontare la difficoltà del vivere attraverso i libri degli scrittori che amo. Sto studiando eh! Per ora piccolo consiglio di lettura sull’argomento “vecchiaia & co.”  di Hendrik Groen “Piccoli esperimenti di felicità”.

Alla prossima!

By |2019-03-06T14:48:22+00:0006/03/2019|Signora Mia|

Com’è bella

Ho scritto questo pezzetto qualche tempo fa,quando veramente sono venuti ad abitare nel mio condominio alcuni studenti. Mi aveva irritato tutto il brontolare degli anziani condomini, arroccati  nel loro diritto di non sentire rumori: camminare, cantare, spostare sedie ecc… Allora, poiché la vita  è rumorosa, mi ero sentita solidale con Gli Studenti (categoria solitamente vilipesa nei palazzi bolognesi) e avevo scritto questo pezzettino un po’ acido. Poi mi ero pentita e lo avevo tenuto lì, in una cartella denominata “sciocchezze”dove raccolgo tutte le sciocchezze – appunto – che mi passano per la testa. Poi l’avevo ripescato perché, nel frattempo, mi era venuta un’idea sul mistero della vecchiaia e sulle meravigliose cose che accadono dentro il cervello  dei vecchi. Ricordi di racconti che mi avevano fatto vecchi pazienti che andavo a visitare,le loro storie e le loro fantasie.

Così mi scuso di averli chiamati Dentiere. Ma certi giorni, quando gridavano per le scale agli studenti: “adesso basta o chiamiamo i carabinieri!”sentivo il loro tac tac tac battere il ritmo della loro indignazione.

Va bene, leggetelo con indulgenza e, se riuscite, con un po’ di benevolenza.

COM’È BELLA GIOVINEZZA

Nel mio palazzo sono venuti a vivere Gli Studenti. Cantano a squarciagola e si inseguono per le scale come cavalli, per puro eccesso di energia.

Nel mio palazzo vivono Le Dentiere che si sono indignate, non tanto per il rumore – sono quasi tutte sorde – quanto per quella sfacciata esibizione di salute.

Sono andate di porta in porta e hanno raccolto le firme da portare all’Amministratore Condominiale, un losco figuro di colore giallo che angaria i signori condomini con stralunati resoconti millesimali.

L’A.C. ha indetto una assemblea d’urgenza per redarguire Gli Studenti. Gli Studenti non sono andati all’assemblea; Le Dentiere ci sono andate, ma non hanno comunque sentito – causa sordità – il discorso appassionato dell’A.C. Io ci sono andata perché avevo la  tivù rotta e nessun libro nuovo da leggere.

Al ritorno dalla riunione la signora B., mia esimia dirimpettaia, mi ha bloccata davanti all’ascensore per farmi un maligno occhiolino di complicità; il signor D., inquilino del quarto piano, mi ha mostrato minaccioso il suo bastone, specificando di essere pronto a usarlo contro quei villanzoni.

Ho trovato squisita la parola “villanzoni” della quale se ne era persa traccia fin dagli anni quaranta.

L’A. C. ha messo un cartello all’ingresso in cui intima ai Signori Condomini di cantare nelle fasce orarie consentite, non prima delle ore 10 e non dopo le ore 22.

Le Dentiere hanno sghignazzato e si sono considerate vendicate; Gli Studenti cantano come prima perché tanto non li sente nessuno e corrono come cavalli perché la giovinezza canta e galoppa.

Qualche volta certi giorni canto anch’io, nelle fasce orarie autorizzate.

By |2019-02-28T10:29:52+00:0028/02/2019|Signora Mia|

Io mi chiamavo Berto

Io mi chiamavo Berto.

Berto, Bertino, Bertone, secondo i giorni. Alla mia umana piaceva scherzare.

A volte, Merdino, quando ero così piccolo che ero fatto solo di orecchie enormi e una coda lunghissima.

Una coda buona da succhiare la sera, quando mi serviva farmi un po’di coraggio.

Io mi chiamavo Berto, trovato in un bosco, salvato da un cane. Io non ricordo quel giorno, me l’hanno raccontato. Un giorno speciale: il cane di nome Rocky mi ha trovato in un mucchietto di foglie, insieme ai miei fratelli. Mi ha raccolto piano piano col suo muso e mi ha portato dai suoi amici umani. Io non ricordo niente, avevo gli occhi chiusi e solo una coda a strisce per farmi compagnia. Ma mi è rimasto nel cuore il caldo di quel muso, la punta delicata dei suoi denti che non volevano ferire, l’odore del suo pelo. L’odore di un amico. L’odore di un eroe.

Io mi chiamavo Berto e mi prendevo cura degli altri. Di una vecchia gatta nera che viveva con me, di un gatto grigio fifone chiamato Don Abbondio e questa cosa non l’ho mai capita, e mi prendevo anche cura di lei, l’umana, che certe giorni era triste o stanca o allegra e allora cambiava il mio nome secondo il suo umore.

Ma il mio vero nome non l’ho mai raccontato, forse l’avrei rivelato o forse no. Ma non ho avuto il tempo. Me ne sono andato in una notte di aprile, quando in terrazzo spuntavano i primi tulipani. Adesso dormo sotto una pianta di rose e da lì controllo che tutti stiano bene. Adesso che sono lontano ve lo dirò il mio nome: io sono Quello Che Assiste, io sono il dottor Berto e mi prenderò cura di voi.

By |2019-02-20T09:51:06+00:0020/02/2019|Signora Mia|

Passaggio d’amore

Sabato sera sarò a Lugo alla cena di beneficenza per la festa del gatto. La mia presenza ha il senso di “restituire” un lieto fine a una storia che un lieto fine l’aveva avuto. E poi perso.
In questo libro si racconta una storia vera: la storia di un cane che trova in un bosco cinque gattini e ( SPOILER) li salva portandoli a casa. Una storia così bella che – quando me l’hanno raccontata – ho dovuta scriverla. E uno di quei gattini – Berto – è venuto a vivere con me. Ma, e qui il lieto fine è cambiato bruscamente, Berto si è ammalato e poi è morto e io ho smesso di raccontare questa storia. Poi… Berto mi ha dettato una lettera. Non nella realtà, in quella realtà che ci cammina accanto e non si vede e non si sente, ma non per questo è meno vera. E ho capito che l’unico modo di continuare a far vivere qualcuno che amiamo (persone, animali) è passare la loro vita e il nostro amore a qualcuno che resta. E per quello sabato sera sarò là, alla cena di beneficenza dell’ENPA, per dare a un altro animale le cure e l’affetto che Berto ha avuto in questo breve tempo con me.

By |2019-02-14T09:42:13+00:0014/02/2019|Signora Mia|

Lavori in corso

Ci saranno lavori in corso sul sito per un paio di settimane, ma tornerò presto con qualcosa di nuovo e interessante!

By |2019-02-04T15:29:15+00:0004/02/2019|Uncategorized|