Caterina Ferraresi

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Il lupo sotto il mantello

IL LUPO SOTTO IL MANTELLO

Quando la signora Carolina arrivò al Reparto di Psichiatria, pochi denti marci tra labbra scorticate dal fumo e un puzzo antico di sonni da valium mal dormiti, si era d’estate e io non avevo trent’anni. Del suo amore smarrito: “Lui, lui se ne è andato, da tanti anni è andato lontano, io lo voglio trovare, lo voglio trovare, me lo faccia trovare…” presi la sua tristezza e la mia noia e, come ognuno che si creda Dio, m’inventai una storia.

Perché, finché ci saranno parole per parlare, diremo a Spoon River, con Dorgas Giustine:

“È assai lodato l’atto del ragazzo spartano che si nascose il lupo sotto il mantello lasciandosi divorare, senza lamentarsi. È più coraggioso io penso strapparsi il lupo dal corpo e lottare con lui all’aperto magari per strada tra polvere e ululi di dolore. La lingua è magari un membro indisciplinato ma il silenzio avvelena l’anima”.

Così io regalai la sua storia alla signora Carolina, e le diedi anche serenaseventigoccepertre  perché, ad essere sinceri, un po’ pazza lo era davvero.

Dalla raccolta di racconti “IL  LUPO SOTTO IL MANTELLO” vincitore 2° edizione premio letterario Mario Tobino.

By |2019-10-05T14:13:22+00:0003/10/2019|Racconti Sottosopra|

Io so io e voi non siete un c….

C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
sori vassalli bbugiaroni, e zzitto.
Io fo ddritto lo storto e storto er ddritto:
pòzzo vénneve a ttutti a un tant’er mazzo:
Io, si vve fo impiccà nun ve strapazzo,
ché la vita e la robba Io ve l’affitto.
Chi abbita a sto monno senza er titolo
o dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore,
quello nun pò avé mmai vosce in capitolo!”.
Co st’editto annò er Boja per ccuriero,
interroganno tutti in zur tenore;
e arisposeno tutti: “È vvero, è vvero!”
C’era una volta un Re che dal palazzo
mandò in piazza al popolo quest’editto:
“Io sono io, e voi non siete un cazzo,
signori vassalli invigliacchiti, e silenzio.
Io sono capace di cambiare una cosa da uno stato all’altro e viceversa:
Io vi posso barattare tutti per un nonnulla:
Io se vi faccio impiccare tutti non vi faccio torto,
Visto che Io ho il potere di darvi la vita e quel con cui vivere.
Chi vive in questo mondo senza possedere la carica
o di Papa, o di Monarca o di Imperatore,
colui non potrà mai far sentire la sua voce in pubblico!”.
Con tale editto si recò il boia come portavoce,
chiamando all’attenzione tutti quanti a gran voce;
e il popolo intero rispose: “È vero, è vero!”

Riflessioni sparse su alcune cose che ho capito in questi ultimi due mesi, più varie ed eventuali
 

Rapporti umani

E così finisce questa lunga e calda estate. Pronti partenza via. Ed ecco a noi l’autunno, con le sue foglie gialle e le sue malinconie. Che a molti piacciono e a me fanno venire voglia di morire. No, vabbè, non proprio, dico così solo per essere un po’ compassionata. Ammesso che “compassionata” si possa dire. Comunque, un po’ di malinconia sì. E quando sono malinconica penso.

E allora pensavo, in questi giorni, a varie cose. Certo, varie cose è una frase un po’ generica. Pensavo a me, a quello che vorrei e non vorrei, alla noia, al senso delle cose, all’impegno politico e umano, alla fatica dei rapporti umani…

Perché i rapporti umani sono faticosi, non so se ve ne siete accorti. Ve ne siete accorti? Cioè, non dico con la suocera o il cognato o la zia Luisa che non si decise a lasciarci in eredità, pur andando per i novantasei, la sua maggiolino cabriolet color putrefazione. No no, quella è roba facile.

Per la suocera: mettete due (due, non di più) goccine di benzodiazepine, si intende Lexotan, Tavor, Xanax o equivalenti, nel tè delle cinque e potete sopportare di sopportare (la ripetizione è voluta) per altre ventiquattro ore la sua presenza a casa vostra.

Il cognato. Ma del cognato che ve ne frega? Abita a Cremona, città “che ci sia, ciascun dice; dove sia, nessun lo sa. Qualcuno è mai stato a Cremona? Non credo, nel caso sarei felice di conoscerlo. La zia Luisa, bè, vi dico un segreto: le zie Luise, con maggiolino o con bilocale all’isola del Giglio, NON MUOIONO MAI. Fatevene una ragione, prenotate su booking un posto a vostra scelta perché la zia Luisa non ve lo lascerà il suo bilocale vista mare. Per anni e anni e anni, bon.

Invece ci sono rapporti umani più complicati da gestire. Non vorrei parlare di politica, ma poiché tutto è politica, cominciando dalla scelta delle melanzane (lunghe o globose? Lunghe, sono più sode, allora lunghe, grazie), questa mattina mi sono svegliata un po’ così. Motivi personali che dopo racconterò. Lo so che non ve ne importa. Ma lo racconterò lo stesso, primo perché questo post è mio, (IO SONO IO, vedete come è facile cascarci?) poi perché partendo dal personale si può arrivare all’universale, n’est ce pas?

Premio Nobel

Allora ho immaginato (questa mattina) di ricevere, un bel giorno, una telefonata da Stoccolma. O magari un telegramma perché i tipi di Stoccolma mi hanno più l’aria da telegramma.

Pregiatissima dottoressa, per incarico dell’Accademia Svedese ho l’onore di informarLa che l’Accademia Le ha conferito il premio Nobel per la matematica. L’invito a recarsi a Stoccolma a ritirare (eccetera eccetera).

Dice, ci vai di corsa. No, perché l’unica volta che ho avuto un’illuminazione in matematica è stata in quarta elementare quando sono riuscita a fare 94: 6 = 15,6 (periodico) e che dopo la maestra ha chiamato mia mamma per comunicarle questa bella notizia e mia mamma l’ha raccontato a mia nonna che ha pianto dalla commozione e poi mi ha regalato un confetto. La zia Luisa invece non mi ha regalato niente e lì per lì ha fatto anche finta di non conoscermi.

Invece il signor Luigi Di Maio e scusate se dico il nome, Luigi di Maio, ma non saprei come altro chiamarlo, a meno che non preferiate Maio Di Luigi o Di Luigi Maio e però cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia (perché questa regola matematica poi l’ho imparata) e non si tratta di fare politica che non mi interessa proprio e a Luigi Di Maio io gli voglio pure un po’ di bene perché io ai giovani gli voglio bene perché sono anche la nostra speranza e il nostro futuro e la fiducia è uno dei miei attrezzi del mestiere ma, ditemi voi, se Luigi Di Maio ministro degli esteri ( ma veramente? Sì!)  non è un tipico caso di “IO SONO IO E VOI NON SIETE UN CAZZO”.

Dice, ma il pezzo personale? Lo so che non lo dite e state andando a prendere qualcosa da bere al frigo o state spulciando le bollette (attenzione, sta arrivando la prima rata condominiale) e non ve ne importa niente, ma adesso vi racconto la mia personale versione estiva di “IO SONO IO ecc…” Premetto che la farò un po’ lunghina. Il titolo è

Agenzie letterarie

Io scrivo. Scribacchio. Mi diverto. A volte non posso farne a meno. Una mania, si capisce. C’è chi colleziona francobolliMi ha aiutato, nella parte organizzativa di questa cosa, una dolce e simpatica signora, ora mia amica, che mi ha fatto da agente in questi anni. Con un certo successo, posso dire: un paio di libri decentemente piazzati. Poi, la mia agente, ha deciso che voleva fare altro, tipo cercare sé stessa sulla riva di un lago e insomma, cosa dovevo fare? Non potevo mica legarla e così ho cercato un’altra agenzia. Questa delle agenzie letterarie, credetemi, è una categoria complicata: neghittosi, considerano lo scrittore (tranne che sia Stephen King) un noioso accidenti nella gestione altrimenti perfetta della loro routine. Accettano di leggerli (dietro compenso, come è giusto) ma preferirebbero che al bonifico non seguisse l’invio del manoscritto. Ecchéccazzo. Questo qui non vorrà mica che lo leggiamo? E che gli diamo indicazioni, e ci piace e non ci piace e la scheda, mai che si accontentassero di un like sulla loro pagina e insomma, signora mia, non vede che abbiamo da fare, stia buona che ci abbiamo i nostri impegni…

E insomma io, questa estate, ho scritto un libro. Cioè, ho finito di scriverlo, mentre la mia ex agente rifletteva sulla vita in riva a un lago. E, dopo una serie di sole, ho pescato un’agenzia letteraria seria. Così seria che, dietro compenso, (sono ripetitiva, ma lo ritengo necessario) ti dice che leggerà il tuo romanzo e ti fornirà una scheda il giorno x all’ora y. Niente meno. Manco gli svizzeri. Che fortuna. Faccio quanto richiesto, spedisco il tutto e aspetto fiduciosa. 12 luglio ore 16,30, giorno e ora concordati per ricevere la loro valutazione. Ci interessa, non ci interessa, ci fa schifo, si tolga di mezzo. Riassumo con I (io) A (agenzia) la nostra triste storia.

12 luglio, ore 16,30. Niente. Vabbè, non voglio essere oppressiva. Facciamo passare una settimana. No, dai, dieci giorni.

I – 22 luglio, timida mail. Non ho ricevuto…

A – Scheda mandata

I – Ho rovistato ovunque, anche nello spam. Niente.

A – Boh.

I- (Tono fantozziano) Vabbè, senza fretta, se la potete rimandare…

A Tra qualche settimana. Testo interessante, vorremmo approfondire.

I- Certamente. Con comodo.

Eccccccccccccccccccccccccccccccccccccccccccccccetera

Lasciamo passare agosto. Agosto, si sa, moglie mia non ti conosco. E poi che caldo, non è vero? Facciamo passare anche un po’ di settembre.

-I 15 settembre (tono un po’meno fantozziano) Allora?

-A Silenzio.

I- 18 settembre. Avrei dovuto ricevere…

A- La scheda le verrà mandata a fine ottobre, se proprio ha urgenza possiamo anticipare…

Cosa avrei dovuto fare, secondo voi? Discutere sul senso del tempo, sulla linearità dello stesso, sulla ipotesi della sua circolarità per cui ottobre potrebbe essere effettivamente in anticipo su luglio? Mi è mancata la costanza. La forza. Il carattere. Ho adottato una formula che usava il figlio bambino di una mia amica, quando diceva: Dichiarati perdente.

E così ho fatto. Perché funziona così, perché

IO SONO IO E VOI NON SIETE UN CAZZO.

Perciò, se vi dovesse scrivere l’accademia svedese per conferirvi il Nobel per la vostra ricerca sulla fisica quantistica che volete che vi dica, accettate.

Qualche vostra esperienza in proposito di questa formuletta?

Fatemi sapere, se volete!

By |2019-09-22T15:14:34+00:0022/09/2019|Signora Mia|

Horror vacui, horror pleni

Horror vacui, horror pleni

Qualche settimana fa ho letto su fb il post di Alessandra Di Sante, che potete leggere alla fine.

Parla di come la sua casa si sia riempita man mano di cose, oggetti, fatture, scaffali e… È molto divertente, ma ha me ha fatto venire un po’ di angoscia e adesso, se vi va, vi racconto il perché. Avevo, molti anni, fa un amico (ma no, vi dirò la verità) era un amore, quindi avevo questo amore mio affetto da un gravissimo disturbo: l’horror vacui. Non poteva sopportare di vedere il più piccolo spazio vuoto in casa: le pareti erano piene di quadri, quadretti, manifesti, proclami, diplomi di laurea, cornicine, mensoline e minuscole acquasantiere. Ogni superficie libera dei mobili era coperta di tovaglie e tovagliette, piatti e piattini, caraffe e ciotoline, i centrini all’uncinetto pendevano orgogliosi da qualunque cosa da cui potessero pendere e, un brutto giorno, mi accorsi che anche i termosifoni erano stati dotati, come copertura, di sciarpette ricamate a punto croce.

Questo mio amore era affetto, oltre che da un grave horror vacui, anche da una certa permalosità perciò, quando feci una battuta (innocente) chiedendogli se avesse intenzione di mettere qualche quadro anche sul pavimento e, nel caso, come avrebbe fatto a inchiodarlo, sentii un lieve ma deciso scricchiolio nel suo sentimento per me. Ma, mentre credevo di aver fatto una (seppur poco apprezzata) battuta, la realtà rapidamente superò ogni mia più catastrofica previsione: un giorno, con costernazione, vidi che sulle pareti esterne della villetta di campagna in cui abitava – e che io condividevo con lui per qualche giorno alla settimana – aveva fissato enormi pannelli di legno raffiguranti copie di quadri famosi. Aveva trattato i pannelli con una speciale vernice protettiva, disse, ma quando un brutto giorno di pioggia, I pioppi (riproduzione di Monet) si ripiegarono su sé stessi e colarono giù lungo le pareti, e io risi, sentii che il lieve scricchiolio del suo sentimento per me si era fatto rombo di tuono. Schiodò i pannelli ad uno a uno: I pioppi, Il bacio di Klimt, e un’opera di un artista locale Le beccacce, senza mai rivolgermi uno sguardo. Due giorni dopo aveva riverniciato le pareti di un bel colore arancione e incaricato un ragazzo del posto di dipingerle con un tromp-l’oeil raffigurante una scena di caccia alla volpe.

Arrivò il ragazzo incaricato di dipingere la scena di caccia e io feci la mia valigina rossa e mi chiusi la porta alle spalle. Rubai, solo per ricordo, un oggettino di ceramica raffigurante una pastorella.

Io adesso soffro della patologia opposta: l’horror pleni. Le mie pareti sono bianche, cerco di liberarmi di ogni oggetto superfluo e compro solo quanto mi è strettamente necessario. E la vista anche di un solo centrino può provocarmi gravi attacchi di panico.

E, ah no, non sono mai stata perdonata!

 

 

 

Succede uno strano fenomeno

 All’ inizio avevamo un tavolone, un mobile basso, la cucina, l’armadio due librerie, un cassettone. I libri si accumulavano in doppia fila sulla libreria, il tavolone era libero, i documenti, le bollette pagate, le bollette dimenticate, stavano in una scrivania dell’Ikea nel cosiddetto studiolo insieme al PC e alla stampante.

Poi Arrivarono in eredità due cassettoni, un tavolino ovale, una consolle, cambiammo le librerie che diventarono tre, alte fino al soffitto. I libri si accumularono nelle librerie in tre file i documenti vennero infilati in tre capaci scatoloni opportunamente deposti all’ interno di una delle librerie, ma cominciarono a depositarsi anche nel cosiddetto cassetto segreto di uno dei cassettoni. Il tavolo ovale che doveva fungere da scrivania si riempì in fretta di libri, fogli scritti, quadernetti di appunti. Lo sgabello accanto al divano dello studio si coprì in un attimo di libri in lettura, quadernetti di poesiole, di appunti di viaggio, sicché la lampada divenne un’ ospite sempre in procinto di andarsene.

La consolle sostituì la scrivania Ikea nello ” studiolo” e cominciò ad ospitare il PC e tutto quello armamentario per l’adsl. Il tavolo da pranzo cominciò ad essere occupato da alcuni libri. Accanto al divano del soggiorno apparve un contenitore per giornali, magazine, libri marginali. Poi si aggiunse un carrello ripescato dalla cantina, rapidamente si riempì di bollette pagate e anche da pagare, ricette scadute e ricette ancora valide che però nessuno ricordava dove fossero. Il tavolone cominciò ad avere come ospite fisso il PC, poi si aggiunsero libri, libri comparvero sul cassettone della camera da letto, poi andarono a sistemarsi in pile dall’ equilibrio incerto sul cassettone dello studio, e sulla consolle, i documenti cominciarono a riempire portacarte e una specie di vaso greco troneggiante sul cassettone che ci sembrava inutile e si rivelò invece utilissimo.

Ora siamo quasi sommersi da fogli e foglietti con appunti, scritti vari, ricevute, comunicazioni bancarie ancora sigillate nella loro busta. I libri imperversano ormai padroni, si spostano da soli: la sera sono sul tavolo e al mattino se ne sono andati, si cercano volumi per ore, qualcuno si è rifugiato in cantina e bisogna andare a stanarlo fin lì.

 Di Alessandra Di Sante

By |2019-07-14T15:39:11+00:0014/07/2019|Signora Mia|

L’intruso

Succede che, in un pomeriggio che avremmo dedicato, che so, a rimettere a posto l’armadio, una vicina ( simpatica) ci inviti da lei ad assaggiare una torta nuova appena inventata. Le risposte possono essere due: accettiamo l’invito lasciando i vestiti invernali ed estivi a condividere pacificamente lo spazio o rifiutiamo e continuiamo a riordinare. La scelta dipende da tante cose: quanto l’armadio è in disordine, quanto lo sopportiamo, il disordine, quanto invece abbiamo voglia di una pausa, quanto siamo curiose del termine nuova. Ossia, si potrebbe dire che siamo disposti a deviare dalla nostra routine quanto siamo incuriositi da quello che ci succede, dall’imprevisto.

L’imprevisto è uno strano accidente che capita e ci ben dispone o mal dispone ad accoglierlo.

Adesso può succedere, a chi scrive, che all’improvviso un personaggio non voluto, non pensato e non programmato, si inserisca nella trama e si imponga. Un “personaggio in cerca d’autore”, che pretende che gli si faccia spazio in una storia che non lo prevedeva, che non lo riteneva necessario per il proseguimento del racconto, che perfino contrasta con l’atmosfera generale della trama. Cosa fare del personaggio molesto, dell’intruso?

E perché si verifica questo misterioso fenomeno? Io credo che sia perché, dentro la nostra memoria, si sono fissati migliaia di incontri fatti, migliaia di persone incontrate e depositate lì, in attesa di vedere la luce. Immagino storie e storie che stanno tutte accatastate come cianfrusaglie nello scatolone della nostra memoria. Scrivere, ma anche semplicemente pensare, ogni tanto tira fuori dal buio uno di questi incontri: una bambina in spiaggia con una scarpa sola, un uomo sull’autobus che grida contro i suoi nemici immaginari, un ragazzo bellissimo con i capelli lunghi che ci ha sfiorato un attimo alla cassa del bar.

Il mio intruso è arrivato qualche giorno fa.

Sto scrivendo, in questo periodo, una storia che non lo riguarda. Una storia difficile in cui lui non è previsto, non c’entra, non lo voglio, mi disturba. Ma lui sta lì, sulle righe delle pagine, un vecchio ubriacone che sostiene di chiamarsi Christian, – ma tu puoi chiamarmi Cris – mi ha detto prendendosi subito confidenza.

-Senti un po’ Christian – gli ho detto stamattina, – fammi un piacere – gli ho detto –  fila via che non mi servi a niente. Mi dai fastidio. Smamma, sciò. Ma sapete come succede con questi vecchi imbroglioni: ha fatto amicizia (se così si può dire) con il protagonista del mio libro. E adesso sono inseparabili, filano l’amore perfetto e non so come liberarmi di lui. Mi sa che sarò costretta a tenermelo, Cris.

E beve come una spugna, cosa che non posso proprio sopportare e adesso, in questo preciso momento, sta offrendo da bere anche a lui, il mio prediletto, il protagonista.

E, insomma, mi sa che questa storia andrà a finire proprio male.

Tutto sommato, se suona al campanello la vostra vicina per offrirvi una fetta della sua torta nuova, fate una cosa, lasciatela fuori e continuate a riordinare l’armadio.

Consiglio di lettura: Sei personaggi in cerca d’autore, di Pirandello.

By |2019-06-27T09:58:57+00:0027/06/2019|Signora Mia|

Sorella Morte

Le gravi condizioni cliniche dello scrittore Andrea Camilleri mi hanno fatto ricordare mio nonno.

Quando mio nonno morì, a 92 anni, non fui molto addolorata. Non perché non gli volessi bene, al contrario, lo amavo così tanto che ormai era come se lo avessi assorbito con la pelle, come se la sua essenza fosse così parte di me che quel suo corpo esausto non ci servisse più, né a me, né a lui. Il problema era un altro. Come l’avrebbe presa la nonna? Erano cresciuti insieme e insieme erano rimasti, non perché a quel tempo usava così, ma perché si amavano. Io, bambina, lo vedevo quando lui, per scherzo, le slacciava il grembiule se lei gli passava davanti, o la lasciava vincere a carte perché lui era bravissimo e lei una schiappa, e si arrabbiava moltissimo quando perdeva. Vedevo il nonno, come un baro astuto, sprecare gli assi, “dimenticare” una carta, giocare male per vederla trionfante. “ Ho vinto!” diceva, e lui scuoteva la testa fingendosi dispiaciuto.

Invece la prese con calma. Ogni sera, quando andava a dormire, gli lasciava un po’ di posto nel letto perché lui andava a trovarla. Mica che si fosse indementita o fosse diventata matta, solo che la sera, quando spegneva la luce, il nonno – diceva – andava a trovarla. Non so cosa si raccontassero in quei minuti prima che lei prendesse sonno, forse parlavano delle solite cose, forse lui le chiedeva del gattino che si era lasciato dietro (oltre che un abile baro il nonno era un gran gattaro) forse le faceva una carezza. Chissà. Per il resto la nonna stava bene, mangiava volentieri e continuava a giocare a carte con mia zia, la figlia che la ospitava, e che la lasciava vincere perché, quando perdeva, le sue collere erano brevi ma tempestose.

Una mattina di novembre (erano passati pochi mesi dalla morte di lui) la zia la vide triste. O meglio, ci disse, più che triste, smarrita. “Il nonno non è venuto stanotte”, si lamentò con mia zia, “non so perché il nonno non è venuto”. Morì pochi giorni dopo, in un attimo, con un infarto che non le diede il tempo di soffrire.

E, insomma, mio nonno non era Camilleri. Era però un uomo di grande intelligenza, di grande cuore e (e questa era un’ingiustizia perché si mangiava i libri) di pochi studi.

Quando morì la morte non ci portò via niente.

A volte, quando non sono d’accordo su qualcosa che lui avrebbe detto, io ci discuto ancora. “Senti un po’” gli dico “ faccio come voglio”. Perché non aveva poi mica un carattere mite.

Questo è il mio ricordo di lui: un gatto in braccio, un libro in mano e in testa un basco consumato.

E auguro, a chiunque sia arrivato alla fine di questa vita, una buona morte

Nella foto: Morte e Ascensione di san Francesco. Giotto

By |2019-06-19T09:15:49+00:0019/06/2019|Signora Mia|

Sei magliette di infelicità

Io non so niente rispetto alla vicenda che ha coinvolto il cantante Marco Carta. Non so – e nel contesto del ragionamento che provo a fare poco mi interessa – se le abbia comprate o rubate. Quello che è certo è che di quelle magliette non ne aveva bisogno. E sono altrettanto certa che, nell’armadio, abbia magliette sufficienti per i prossimi tre – quattro anni. Come me. Come voi. Come tutti quelli che abitano sopra la cintura dell’equatore. E sono anche certa che in quel momento, quando ha rubato ( o non rubato ) o comunque quelle magliette gli siano arrivate, lui fosse infelice. O, almeno, insoddisfatto. O inquieto. O fosse mosso da qualsiasi altra sensazione che gli ha fatto credere di aver bisogno di riempirsi di qualcosa. Perché questa è l’operazione che ci siamo abituati a fare: tradurre un’emozione in un bisogno, ma di una categoria diversa.

La tristezza vorrebbe carezze, non torte al cioccolato; la paura vorrebbe incoraggiamento, non dieci gocce di ansiolitico; il malumore vorrebbe una passeggiata, non una borsa nuova.  Se ascoltiamo con attenzione le nostre emozioni, e se ci ascoltiamo con amore scopriremo che non abbiamo bisogno di accumulare cose, ma di essere visti, ascoltati. E cominceremo un primo ma grande passo verso la libertà. Una piccola, personale e fondamentale rivoluzione!

Come disse (forse) Socrate, girando per il mercato: “ Di quante cose non ho bisogno”.

E poi, chissà cosa voleva davvero Marco Carta, quel giorno, quando ha riempito il suo bisogno con sei magliette della Rinascente.

Riporto qui un pezzo del discorso di Josè Mujica, ex presidente dell’Uruguay che, durante il suo mandato presidenziale, ha vissuto con il 10% dello stipendio che gli spettava, donando il resto a persone bisognose e organizzazioni non governative.

“Non mi stancherò mai di spiegare che per essere liberi bisogna avere tempo: tempo da spendere nelle cose che ci piacciono, poiché la libertà è il tempo della vita che se ne va e che spendiamo nelle cose che ci motivano. (…) Ora, se non poni un limite alle tue necessità, questo tempo diventa infinito. Detto più chiaramente: se non ti abitui a vivere con poco, con il giusto, dovrai vivere cercando di avere molte cose e vivrai solo in funzione di questo. Ma la vita se ne sarà andata via”.

Pepe Mujica

By |2019-06-07T10:46:38+00:0007/06/2019|Signora Mia|

La formula della felicità

Un mio vecchio professore di psichiatria, dei tempi in cui mi stavo specializzando a Bologna, ci aveva insegnato quella che era la formula della felicità. La felicità, diceva, è essere egoisti. L’egoismo è spesso considerato negativamente, ma in realtà l’egoismo significa fare ciò che ci piace. Semplicemente. Con l’unico codicillo: quello che ci piace NON deve essere fatto danneggiando gli altri.

Ci ho pensato molto alla frase del mio vecchio prof., uomo saggio e giusto come ne ho trovato pochi nell’ambiente universitario; ci ho pensato perché – un paio di settimane fa – ha cominciato a frullarmi in testa un’idea. Un’idea terribilmente egoistica: prendermi un mese intero tutto per me.

Ora fate la prova: andate dai vostri parenti, amici, familiari, vicini di casa e dite: per un mese non sarò disponibile. Naturalmente per permettervi questa libertà dovrete aver predisposto tutto, organizzato la mamma, i gatti, l’annaffiatura del terrazzo, il ritiro delle raccomandate, dato un orario serale nel quale sarete raggiungibile ma, durante il giorno non guarderete il telefono. Non aprirete allo squillo del campanello di casa. Non guarderete face book. NON guarderete la televisione. Provate a dire ai vostri cari che avete questo progetto. Le risposte saranno:

Mi eri accorta che eri un po’ esaurita. Non puoi farti un po’ di punture?( zia Tommy, la mia adorata zia preferita)

Davvero???!!!Ma fai bene!!! ( amica cara e un po’ pedante; sottotesto: non sei mica tutta a posto con la testa)

Perché non fai un viaggio, invece? ( varie)

Dovevi farlo prima, ormai… ( mamma. Vabbè, quando incontrate un- una psichiatra sapete già tutto di sua madre)

Davvero? Bravissima. Ma se poi c’è un incendio o si rompe un tubo? Se…(amica ansiosa in attesa di catastrofi)

Fai bene! (figlia, e qui metteteci un cuore)

Perché, se c’è una cosa che ci fa una paura tremenda, è l’idea di prendersi un po’ di libertà. Senza che la routine quotidiana ci rassicuri con la sua sistematica suddivisione del tempo, dei micro impegni che si aggrappano ai macri, facendoci sentire indaffarati, pieni. Ebbene, ho deciso di andare ad ascoltare il mio vuoto. Mi accompagna una frase che mi frulla in mente e che è l’inizio di un romanzo che voglio/ debbo scrivere. Mi sono data un mese ( week end esclusi perché mamma gatti terrazzo figlia non si sono mica smaterializzati) per vedere se, da quella frase di cinque righe, può venirne fuori un libro. Per ora conosco solo tre dei personaggi che voglio raccontare, non so cosa faranno, come evolveranno, SE evolveranno. Poi, se volete, vi terrò informati. Non sarebbe interessante, per chi amai libri e la lettura, seguire l’evolversi di questa grvidanza?

Lo spero. E allora, a presto.

Dice, cosa c’entra adesso il gatto? Il gatto è un filosofo: fa quello che fa piacere a lui senza che questo significhi far dispiacere agli altri.

Se volete leggere questo piccolissimo estratto de “ L’elogio del barista” dove si parla di gatti e strategie di libertà, eccolo.

(…) Un’altra strategia è portare casa un gatto. Non un cane ma un gatto: è più utile per tutte quelle persone che hanno difficoltà a tenere una giusta distanza nelle relazioni.

Tutti quelli che hanno un gatto sanno che non è vero che sia falso o indifferente, tutt’altro: il gatto è un animale molto affettuoso e capace di mettersi in rapporto con voi, ma non riconosce due categorie che noi umani teniamo in gran conto: l’obbedire e il comandare. Il gatto non vi obbedisce non perché sia egoista, ma perché non ne vede il motivo.

Provate a dire a un gatto:” seduto” o “cuccia”, vi guarderà con i suoi magici occhi verdi e voi vi sentirete inguaribilmente stupidi.

Il gatto, per contro, non vi comanda neanche; non pretenderà che vi alziate all’alba per portarlo a fare una passeggiata, non vi guarderà con aria pietosa mentre voi fate uno spuntino. Se gli interessa quello che state mangiando si servirà da solo, risparmiandovi occhi languidi e sensi di colpa. Quello che erroneamente viene chiamato “rubare” è in verità un gesto di indipendenza nel procurarsi il cibo.

Il gatto si siederà accanto a voi mentre scrivete o leggete o lavate l’insalata, ma sparirà magicamente se pretendete di afferrarlo con la forza. Il gatto può smaterializzarsi fin quando non avete capito che non lo dovete catturare, e ricomparirà al vostro fianco appena vi siete convinti di lasciarlo in pace.

Il gatto è la rappresentazione pura della libertà e dell’affetto senza tessera di scambio: un gatto non lo si compera ma lo si conquista. E solo e quando lo avrete conquistato capirete che, in realtà, è lui che ha conquistato voi e che tutte le cose dette sopra sono false perché il gatto adora comandare e vi comanderà e voi obbedirete con gioia!

 

By |2019-05-20T10:07:30+00:0020/05/2019|Signora Mia|

LE PAROLE PER DIRLO (titolo copiato)

POST LUNGO NEL QUALE PROVO A DIRE VARIE COSE CHE BASTEREBBERO PER TRE O QUATTRO PEZZI MA CHE IO VOGLIO DIRE TUTTE INSIEME E CREPI L’AVARIZIA

Sono tornata da una breve vacanza a Maiorca. Un’isola azzurra e verde, con montagne a picco su un mare blu, ancora gelido. E qui ci sta un chissene, lo so, ma abbiate pazienza e aiutatemi a seguire il ragionamento che ho in mente, chiaro ma confuso. (Questo sarebbe un ossimoro, ossia una figura retorica che accosta due termini opposti o contrari. Per esempio la vita è un ossimoro perché mentre vivi stai morendo, la qual cosa cerchiamo di dimenticare con strategie varie, tra le quali fare le vacanze a Maiorca o simili. Bene,chiudo questo spiegone). Allora Maiorca dicevo, dove la gente parla spagnolo perché è un’isola spagnola. E qui provo a mettere un po’ in ordine la mia riflessione. Anche se lo spagnolo si capisce abbastanza bene – se lo parlano lentamente, se gesticolano abbastanza – se voglio capire devo fare attenzione, mettere in fila le parole, dotarle di senso. Mentre ero lì ci sono state le elezioni politiche: ho seguito le proiezioni, lo spoglio delle schede, ho capito abbastanza e alla fine ha avuto la maggioranza il partito socialista, con il suo leader Pedro Sanchez (bellissimo, ma questo non c’entra davvero). Riprendo il filo che ho in mente e che riguarda l’uso e l’attenzione alle parole. A me piace fare le vacanze fuori dall’Italia. So che noi abbiamo bellezze ineguagliabili, so che la Sicilia – che un po’ conosco – non ha niente da invidiare alla Spagna o alla Grecia, ma io voglio sentire parlare un’altra lingua. Proprio perché mi obbliga a ascoltare e a dare senso a parole che non conosco, che non capisco, a infilarle una dopo l’altra come perline preziose per cucire un discorso di senso. A cogliere il diverso carattere di un popolo. Come non solidarizzare col “No molestar”, l’equivalente del nostro più neutro “Non disturbare”?! Come sarebbe simpatico, ogni tanto, dire a qualcuno “No molestar!” Vabbè.

Nel sentire comune è opinione che i fatti contino più delle parole. Non sono sicura: i fatti vengono raccontati dalle parole e le parole prendono sostanza nei fatti.

Di cosa sono fatti un romanzo, una preghiera, una consolazione, una psicoterapia? Cosa facciamo quando siamo tristi e telefoniamo a un amico? Gli parliamo, gli chiediamo di parlarci, di mettere insieme un’unità di discorso che dia un senso a quello che ci sta capitando. Non gli chiediamo di venire a darci la polvere o a prepararci un soufflé di cavolfiore e besciamella. O, mentre preparano il soufflé, ci parlino. Magari per ricordare quanto le parole possano essere potenti proviamo a ripensare alla prima volta che qualcuno ci ha detto “ti amo”. O la prima volta che qualcuno ci ha detto “non ti amo più”. Male, vero? Eh sì: fiori e spade, carezze e coltellate. Allora io mi chiedo: dove sono andate a finire le parole? Le parole dotate di un senso che rappresenti il loro significato? In questi giorni abbiamo letto tutti di terribili fatti di cronaca. Ebbene, la violenza fa parte dell’ombra scura che ci vive dentro: in ognuno di noi c’è un assassino, un mostro, un idolatra, un ladro. Il nostro assassino ha bisogno di essere riconosciuto, il nostro ladro, il nostro perverso, il nostro mostro hanno bisogno che venga dato loro un nome. Sapete cosa succede ai non riconosciuti? Si caricano di rabbia, di bisogno di essere visti, di sberleffare chi li rinnega di AGIRE. E nessuno dica: “Io no”.

Le parole vanno insegnate nel loro valore, le parole sono importanti, le parole sono pietre. “In principio era il Verbo” (dal Vangelo di Giovanni). Le parole hanno gradazioni di pesantezza, di potere. Proviamo a ripassarne alcune insieme.

Si è seccati per un ritardo del treno.

Si è amareggiati per il “bidone” di un amico.

Si è dolenti per un lutto che riguarda qualcuno che conosciamo.

Si è mortificati per uno sgarbo che abbiamo fatto.

Si è rammaricati per non aver passato un esame.

Si è spiacenti per non poter fare un favore a qualcuno.

Si è dispiaciuti per aver seviziato un pensionato.

DISPIACIUTI?

DISPIACIUTI?

SI E’ DISPIACIUTI PER AVER SEVIZIATO UN PENSIONATO?

Trovo che sia un’urgenza assoluta, prioritaria, improcrastinabile che chiunque abbia un cuore e un cervello si prenda il compito di cominciare (o ricominciare) a insegnare l’alfabeto dei sentimenti. O non ne usciremo. Non saranno le carceri o le pistole che porteranno pace e giustizia nella nostra sgangherata società. Saranno gli insegnanti, i poeti, gli artisti, i sognatori. Nessuno si senta escluso: armiamoci di parole, romanzi, di vocabolari, di versi.

Dalla raccolta di poesie  “Tra il garofano e la spada” di Rafael Alberti

Da ieri per oggi

Dopo questo disordine imposto,

questa fretta,

questa urgente grammatica

necessaria in cui vivo,

torni a me tutta vergine la parola

precisa,

vergine il verbo esatto con il giusto

aggettivo.

E quando dico verde al monte, al prato,

ridò il suo azzurro al cielo, come al mare,

il mio cuore si senta appena

inaugurato

e la mia lingua provi l’inedito stupore

del creare.

Grazie a chi ha avuto la pazienza di leggermi fin qui.

By |2019-05-07T12:55:51+00:0007/05/2019|Signora Mia|

Il fiore e l’albero

Il complesso di edipo spiegato a un bambino

– C’era una volta un fiore che voleva essere…

– Perché “c’era una volta?” Adesso non c’è più?

– Certo che c’è, è solo il modo in cui iniziano le favole

– E questa è una favola?

– Si, è una favola

– E perché parla di un fiore? Mi avevi detto che mi raccontavi la storia di un albero.

– Questa è la storia di un fiore e di un albero. Dammi il tempo!

– Va bene. Allora cosa faceva il fiore?

– Il fiore voleva essere un albero.

– Perché voleva essere un albero?

– Il fiore guardava l’albero sotto il quale era nato. Lo guardava da laggiù, dove viveva lui e lo   vedeva altissimo, con i grandi rami che si protendevano verso il cielo.

– Perché “pretendevano” il cielo?

– Protendevano. Vuol dire che i suoi rami si allungavano fino quasi a toccare il cielo. Tra i rami gli uccellini facevano il nido e cantavano tutte le mattine, appena sorgeva il sole. Il fiore invece, da laggiù, stava sempre all’ombra perché il sole non riusciva a farsi largo tra il fitto delle foglie, e il canto degli uccellini arrivava appena appena, come un pigolio dei pulcini.

– La mamma dei pulcini dov’era?

– La mamma dei pulcini è in un’altra favola

– Mi racconti quell’altra favola, quella della mamma dei pulcini?

– Dopo te la racconto. Ma ascolta questa, del fiore che stava laggiù, un po’ arrabbiato perché era così piccolo mentre l’albero era grande e bellissimo e pieno di forza. Il fiore invece era una cosina da niente, cinque petali di colore lilla, con due foglioline verde scuro e un gambo corto come il mignolino di un bambino.

– Come il mio?

– Proprio come il tuo

– E aveva paura il fiore di essere così piccolo?

– Aveva molta paura è di questo incolpava il grande albero, lo incolpava di portargli via il sole. “Se non fosse per te il sarei alto e bellissimo, avrei cinquecento petali e duecento foglie e gli uccellini farebbero il nido tra le mie foglie”, diceva. Se non fosse per te io sarei il più bello degli alberi. Il fiore si lamentava così, ma la sua voce era tanto sottile che non arrivava neanche alla cima dell’albero, e non arrivava neanche ai rami più bassi ma faceva un giretto lì in basso, dove viveva lui e il suo lamento se lo portava via il vento.

– Aveva freddo il fiore?

– Ascolta. Era estate quando l’albero era pieno di foglie e di canti di uccellini e il sole scaldava tutte le sue creature. Ma da un certo giorno il sole cominciò a scaldare sempre meno e certe mattine addirittura si dimenticava di alzarsi. Una mattina il cielo perse il suo colore azzurro, diventò tutto grigio, il sole non si alzò per niente, neanche per mezzo minuto, e un vento freddo e furioso prese a scuotere i rami del grande albero. Gli uccellini in tutta fretta abbandonarono i nidi e partirono in massa come una flotta di aerei per andare a scaldarsi sulle coste dell’Africa. L’albero si spogliò di tutte le sue foglie e rimase così nudo, con i lunghi rami che si pretendevano nel cielo come artigli di streghe. Le foglie cadevano al suolo, formando un fitto mantello che si posava su tutte le creature che vivevano lì sotto: i funghi, le formiche, il muschio e il piccolo fiore. Ah, che bel caldino faceva lì sotto, come si stava comodi e protetti e sicuri. Se non fosse per te, brontolava il piccolo fiore pensando all’albero, se non fosse per te… Ma guardando in su, occhieggiando tra una foglia e l’altra vide il grande albero spoglio, nero, senza neanche una foglia. Tutte le sue foglie erano a terra e la scaldavano. Allora il piccolo fiore ebbe dispiacere di essere stato così geloso dell’albero e si sentì così triste per lui che aveva perduto tutte le sue foglie che si ripromise che se l’albero…Ma l’albero, che aveva passato molti anni e molti inverni, sapeva che di lì a pochi mesi le sue foglie sarebbero spuntate di nuovo e gli uccellini sarebbero tornati e i ciclamini, laggiù ai suoi piedi, avrebbero formato un manto lucido di color lilla.

E quando tornò l’estate l’albero si ricoprì di foglie e di uccellini e il piccolo ciclamino, laggiù in basso, brontolava con l’albero che gli copriva il sole. Ma lo faceva così, per abitudine, perché adesso amava davvero tanto il grande albero.

– E sono diventati amici la quercia e il ciclamino?

– Molto amici. Vedrai.

– E mi racconti la favola del pulcino della mamma?

– Domani te la racconto. Domani.

By |2019-04-12T12:47:53+00:0012/04/2019|Racconti Sottosopra|

Le colpe dei padri ricadono sui figli?

E sì, insomma, ieri mi sono ritrovare nella pausa pranzo a battibeccare con uno sconosciuto su facebook. Che sarà l’età che avanza, o sarà questo grigio piovoso (anche se lo so che è buona cosa che piova e la campagna eccetera a me comunque mette di cattivo umore, o piuttosto di umore piccato, tipo quando quasi speri che qualcuno sia un po’ scortese, lo diceva anche Lucio Battisti* e insomma sto divagando come sempre) comunque, quale che sia la causa, questo signore sconosciuto prende Alessandra Mussolini come oggetto della sua invettiva dopo che l’attore Jim Carrey aveva fatto su di lei questo commento che, con il nonno che si ritrovava, non doveva fare politica.

Non entro in merito a quello che fa o dice Alessandra Mussolini perché non trovo che sia questo il punto, ma sia piuttosto proprio il concetto di ereditarietà della colpa, e così ho risposto quello che penso e cioè che CIASCUNO DI NOI È RESPONSABILE DI SÉ STESSO. Per me è una pietra miliare: ho passato molto del mio tempo lavorativo a cercare di aiutare le persone a liberarsi dalle loro corazze familiari, ho passato moltissimo del mio tempo a cercare di liberare me delle mie. Naturalmente il signore in questione mi ha risposto dicendo che capiva, che il mio era un tipo di ragionamento “medio” ( e non sembrava un complimento) e io, dopo aver arruffato le penne come un gallo cedrone – e intanto veniva giù un’acqua che te la raccomando e il mio barista di fiducia attuale, che amo come un fratello ma ha proprio un’incompetenza a fare il caffè, mi serviva un’orrenda brodaglia scura, e insomma, una di quelle giornate che potrebbero risolversi solo con l’arrivo di Patrick Dempsey – ho riflettuto sul concetto di “tipo medio”. E così ho scoperto un’altra convinzione che mi conduce nel mio lavoro e nella mia vita: che ciascuno di noi è un tipo unico, prezioso, irripetibile e NESSUNO DI NOI È UN MEDIO.

Con tutti gli oneri e gli onori che questo comporta: la responsabilità di essere liberi, l’enorme fatica di essere liberi. Chiunque e comunque sia o sia stato nostro padre, nostro nonno e tutti i nostri antenati, nei secoli dei secoli, amen.

P.S. Io adoro Jim Carrey, ma quando è mxxxa è mxxxa.

* Oggi non un consiglio libro ma una suggestione in musica: “Emozioni” di Lucio Battisti

By |2019-04-06T15:21:22+00:0006/04/2019|Signora Mia|